Le parole della lingua italiana non sono mai state censite, ma una stima indicativa conta circa 220.000 vocaboli.
Tra questi, solo una fetta piccolissima, pari a 2000 parole, costituisce il vocabolario fondamentale, per intenderci parole di uso comune con cui impariamo ad avere dimestichezza sin da piccoli, e che continuiamo ad usare con una certa frequenza nel quotidiano.
Non serve un esperto di numeri per capire che sono tantissimi i termini, e con essi le milioni di possibili sfumature del linguaggio e del significato, che ci lasciamo sfuggire.
Quella di Matteo, alunno di 8 anni di una scuola in provincia di Ferrara, è storia recente, in grado di strappare un sorriso e, forse, di accaparrarsi una piccola menzione sul vocabolario, precisamente sotto la lettera ‘P’.
P di petaloso, l’aggettivo col quale il bambino ha definito un fiore durante un’esercitazione in classe. La maestra ha trovato la parola così bella ed originale, da inviarla all’Accademia della Crusca, la quale ha prontamente ed inaspettatamente risposto:
«Caro Matteo – scrive Maria Cristina Torchia, della redazione Consulenza linguistica – la parola che hai inventato è una parola ben formata e potrebbe essere usata in italiano come sono usate parole formate nello stesso modo. Bisogna che la parola nuova non sia conosciuta e usata solo da chi l’ha inventata, ma che la usino tante persone e tante persone la capiscano. Se riuscirai a diffondere la tua parola fra tante persone e tante persone in Italia cominceranno a scrivere e dire “Com’è petaloso questo fiore!” o, come suggerisci tu, “le margherite sono fiori petalosi, mentre i papaveri non sono molto petalosi”, ecco, allora petaloso sarà diventata una parola dell’italiano, perché gli italiani la conoscono e la usano».
Presupposto fondamentale, quindi, l’”accettazione culturale”, oltre che quella dei linguisti, il riscontro del pubblico col nuovo termine.
Nel giro di qualche ora, la rete si è mobilitata diffondendo l’hastag, il Meteo ha preannunciato un “ciclone petaloso” in arrivo nel weekend, e persino il premier Matteo Renzi ha omaggiato il piccolo omonimo, utilizzando la parola per definire un progetto.
I neologismi non hanno sempre avuto vita facile, tanto che nell’800 li si avversava in nome della conservazione della purezza della lingua. Quelli considerati da eliminare si possono trovare in diversi testi, come “Il lessico dell’infima e corrotta italianità” di Fanfani e Arlia del 1877.
Non tutti sanno che più di un quinto delle parole che utilizziamo derivano dalla “Divina Commedia” e dalla fantasia dantesca, e che il “Vate” Gabriele d’Annunzio sarebbe l’inventore, tra le altre, della parola “tramezzino”.
Ma la lingua si trasforma di continuo, seguendo gli incessanti mutamenti del costume, della moda, delle tecnologie, ed il lessico è sempre lo specchio della società che lo genera.
Non sarebbe ormai concepibile uscire vivi da una conversazione senza utilizzare le parole “Social”, “Hastag” o “Smartphone”, entrate a pieno titolo nel nostro dizionario a partire dal 2012 e frutto dell’innovazione tecnologica e dell’immediatezza dell’inglese, così come “badante” o “velina”, figure professionali 2.0.
In questa tremenda accozzaglia di lemmi presi in prestito dalla lingua inglese, o mutuati dal mondo della tecnologia e dell’economia, la storia del piccolo Matteo ci concilia con un’idea romantica e genuina delle parole e del loro uso.
Chissà che il nostro dizionario possa diventare, a breve, più #petaloso.

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