In seguito alle richieste d’aiuto avanzate dal Presidente Assad all’amico Putin per contrastare il fenomeno ISIS, ormai totalmente fuori controllo, sono iniziati lo scorso 30 settembre i bombardamenti russi sul territorio siriano. La grande instabilità politica di tutta l’area mediorientale, cui lo Stato Islamico ha fornito un contributo sostanziale, si arricchisce così di nuovi intrecci, alleanze e impronosticabili sviluppi che spaventano non poco Europa e Stati Uniti, la cui entrata in gioco rimane tuttavia ancora sullo sfondo. Ma quale è (e sarà) il ruolo che reciterà la “madre Russia” in un quadro tanto complesso e delicato, considerata l’ambiguità dell’ennesima spregiudicata manovra di politica estera messa in atto da Putin? Partita, infatti, per combattere le forze dell’ISIS, già al primo attacco aereo l’aviazione moscovita ha finito per colpire esclusivamente bersagli civili (come le città di Hama, Homs e Latakia) dove – guarda caso – più viva era la necessità di difendere e mantenere il predominio governativo di Assad contro gli oppositori del regime. Di tal maniera, coi ribelli schiacciati tanto dalle milizie dell’ISIS quanto dai raid russi e governativi, si è palesato il primo tratto della strategia bellica di Putin, condivisa col presidente siriano: attraverso un’operazione militare penetrante contro lo stato islamico, si vuole in realtà combattere dall’interno i movimenti oppositori al regime fino ad annientarli con un dispiegamento di forze da essi impareggiabile. Inutile dire chi sarà dei due schieramenti ad avere la meglio e a chi andranno i vantaggi più sostanziosi: oltre a mantenere la base navale nel porto di Tartus, Putin – schieratosi a difesa di Assad contro ogni nemico sul fronte interno – si è già guadagnato la stima dei governi di Teheran e Baghdad, a maggioranza sciita proprio come quello siriano. Una mossa che consegna al presidente russo una posizione di vantaggio nel complicato scacchiere mediorientale, tale da rafforzare significativamente  il fronte sciita in tutta la regione ed isolare le altre due potenze islamiche sunnite: Turchia ed Arabia Saudita. In tal senso, la violazione dello spazio aereo turco da parte dei caccia provenienti da Mosca è chiaramente una provocazione atta ad esacerbare gli animi delle rispettive diplomazie, nella speranza di coinvolgere altri paesi in un conflitto sempre più internazionale che “locale”. Ma non finisce qui, perché il secondo tratto della strategia dovrebbe prevedere un successivo intervento bellico russo contro l’ISIS, stavolta in Iraq, per affermarsi ulteriormente come principale alleato sunnita ed aprire un altro fronte di contrasto allo stato islamico. L’obiettivo è semplice: allargare a macchia d’olio il conflitto al fine di indurre all’intervento gli Stati Uniti – con cui i rapporti diplomatici già vanno irrigidendosi – accusati di voler sfruttare le truppe ISIS per replicare in Siria l’operazione che portò alla deposizione di Gheddafi in Libia. Al netto di tutte le valutazioni, rimane ancora inafferrabile la visione d’insieme dell’intervento russo al fianco di Assad: Putin si limiterà a proteggere le città ed i luoghi chiave della contesa o estenderà a tutta la regione siriana la sua azione bellica? Difficile trovare risposta a questo interrogativo, ma non vogliamo contemplare la prima ipotesi, che condurrebbe alla sparizione dell’attuale Siria, fagocitata in gran parte dallo stato islamico, dalle forze ribelli anti-Assad e resa terra di scontri permanenti per il predominio territoriale dai curdi siriani, pronti a reclamare ed ottenere il proprio spazio politico dopo anni di sudditanza. Dopo già quattro anni di guerra e centinaia di migliaia di morti, siamo ad un punto di svolta, con le truppe di Assad che intensificano gli attacchi via terra e le portaerei russe al largo della costa siriana. Si attende ora la risposta degli U.S.A.

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