ONCE UPON A TIME – C’era una volta un Napoli che faceva divertire gli avversari, concedendo agli stessi immense praterie da attraversare allegramente prima di andare a conquistare il fortino azzurro. C’era una volta una squadra che andava da 0 a 100 km/h in meno di 3 secondi, ma che quando era tempo di scalare le marce, andava in enorme difficoltà. C’era una volta una formazione criticata a causa di un equilibrio tecnico tattico mai trovato. “Quello” era un Napoli pieno zeppo di blackout e cali di tensione, con un dogma preciso e costante nel tempo: davanti si facevano fuochi e fiamme, si passava la palla ai più forti, tanto loro sapevano come andare a colpire. Poi, però, indietro ci mettevamo una bella difesa ballerina, così i nemici, agevolati dall’irrisoria resistenza che i due uomini sulla mediana potevano fare, erano contenti di farci visita.

ONE – A guardare il Napoli delle ultime tre settimane (i primi veri squilli azzurri sono arrivati solo il 17 settembre contro il Bruges) si giurerebbe di assistere ad una Esposizione Universale di Calcio, addirittura ad uno sguardo attento “questa” e “quella” non sembrano la stessa squadra. Eppure i volti sono quelli della débâcle di Reggio Emilia con il Sassuolo, gli stessi della figuraccia rimediata contro la Samp tra le mura amiche del San Paolo. Ciò che risulta il paradosso più grande (ma anche la più grande soddisfazione) della risalita del Napoli è la difesa, perché di fronte a certi numeri è obbligatorio tirarsi giù il cappello. Se le 18 volte, in cui gli azzurri hanno gonfiato la rete avversaria, rappresentano un piccolo trofeo da mostrare alla prossima “Mostra dell’attacco”, la sola rete incassata è la più grande testimone della qualità portata dall’uomo che viene dalla provincia. Niente titoli per lui, nessuna pagina di giornale. Spot televisivi? Manco per scherzo. 

THE MIRACLE – In attacco, come già detto, si viaggia benissimo; ciò è una fortuna che ci si porta dietro ormai da stagioni. Il vero miracolo che ha compiuto Sarri proviene dal lavoro certosino che i centrocampisti (che finalmente “centrocampistano”, nell’accezione che Sacchi intendeva in una sua famosa citazione) svolgono di raccordo tra difesa e attacco. Finalmente si è in più e si corre anche di più: la media pro capite di 12km a partita che i tre della linea Maginot percorrono vorrà pur dire qualcosa. Specie se si aggiunge che il Napoli, questi chilometri, li copre stando sempre più spesso nella metà campo avversaria. Lo schermo che i moschettieri della mediana vanno a formare davanti alla difesa, composta dalla coppia di cemento armato Koulibaly-Albiol – che tutti volevano già mandare alla ghigliottina dopo la Samp –, è il fiore all’occhiello del Napoli. Prima ancora delle perle di Higuaín e Insigne, vengono loro: Allan, Jorginho e Hamsik.

KEEP ON DREAMING – Se questo sta accadendo, se la parola magica sta cominciando ad essere associata sempre di più ai colori azzurri, le lettere di ringraziamento vanno tutte spedite all’indirizzo di Maurizio Sarri, l’artefice di questo piccolo gioiellino che è diventato il Napoli. Il lavoro sul campo, le nottatacce spese a studiare le registrazioni provenienti dal drone, stanno finalmente dando i giusti risultati. Per anni si è parlato di un Napoli “bello da guardare” perché in fondo assistere a  partite scoppiettanti è pur sempre uno spettacolo; però, non per i tifosi veri, quelli che ad ogni gol incassato fanno corrispondere un minuto in meno di sonno. Grazie al lavoro di Sarri, alla bellezza si è andata a unire la compattezza, elemento che sta permettendo ai tifosi, quelli veri, di dormire più tranquilli la notte: i minuti di sonno sono sempre di più, mentre il sogno, beh, quello è diventato una costante, anche con gli occhi aperti.

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