Il ritorno di Luciano Spalletti sulla panchina della Roma dopo 10 anni segna la fine dell’era Garcia alla guida della squadra capitolina. L’allenatore francese, esonerato dal Presidente Pallotta in virtù dei risultati negativi degli ultimi mesi nonostante un mercato faraonico che ha visto sbarcare nella capitale, tra gli altri, Dzeko, Salah, il portiere Szczesny, Iago Falque, i difensori Rudiger e Digne, va così via senza aver lasciato nessun segno tangibile della sua presenza: in due anni e mezzo “zeru tituli”, due secondi posti, prestazioni altalenanti in Champions e sottotono in Europa League.  Che delusione, Rudi! Giunto nel 2013 come salvatore della patria, messia del pallone e della tattica, finito per essere esonerato a metà campionato in corso dopo aver elemosinato gara per gara brandelli di fiducia grazie al cuore (di alcuni) dei tuoi giocatori. Con la cacciata del Centurione Garcia si chiude, però, un cerchio iniziato proprio nel 2013, anno dell’arrivo in Italia dello stesso Garcia e di Benitez, quest’ultimo accolto a Napoli come un novello San Gennaro ma poi ridicolizzato dal calcio “proletariato e champagne” e dell’allenatore di provincia Sarri. Si chiude un cerchio, però, soprattutto perché è svanita l’illusione che questi due santoni del calcio abbiano migliorato il calcio italiano. Essi avrebbero dovuto rappresentare l’antidoto alla Juventus (prima di Conte e poi di Allegri), massima espressione del calcio all’italiana 2.0, avrebbero dovuto essere i fautori dell’”internazionalizzazione del gioco” delle due squadre in modo da rendere l’autostrada del Sole la via più veloce per l’Europa che conta, e magari anche usurpare lo scettro di Campioni d’Italia sottraendolo dalle mani della Vecchia Signora…  ma niente da fare. Nulla di nulla, un fallimento su tutta la linea (ad eccezione dei due trofei vinti dallo spagnolo all’ombra del Vesuvio). Anche se, a ben vedere, lasciando le società al verde, i tifosi in bianco, i bilanci in rosso, un tricolore almeno l’hanno arrabattato… Scherzi a parte, come se non fossero già stati sufficienti i loro disastri, la strana coppia Benitez-Garcia necessitava già da tempo di una vacanza perché professionalmente  allo sbando. In primis, i clamorosi errori di gestione dello spogliatoio, di comunicazione, di preparazione atletica oltre che di approccio alle gare, sono costati cari in termini di punti in classifica e  di fiducia ai due allenatori. Ed in secundis, perché dopo la prima buona annata, infatti, assuefatti dalla presunta superiorità del proprio credo tattico, hanno finito per sottovalutare le peculiarità del nostro campionato (estremo tatticismo, solidità difensiva, rapidità delle transizioni, tanta concretezza e concentrazione massimale) non comprendendo di dover adattarsi ad esse, rinnovandole, piuttosto che cercare di “spodestarle” imponendo i propri principi. Narcisisticamente infatuati com’erano della vuota bellezza espressa sul rettangolo di gioco dai loro moduletti inconcludenti (ricordate la fregnaccia di Benitez secondo cui il Napoli avrebbe dovuto giocare col 4-2-3-1 perché lo facevano tutte le più forti squadre del mondo?) forse hanno dimenticato di osservare o pensato – malissimo – di potersi anche non più aggiornare in tema di novità calcistiche, quando invece il mondo del pallone girava nel verso totalmente opposto rispetto al loro senso di marcia. Non si sono avveduti, quindi, che negli ultimi otto anni l’idea che avevano di “calcio totale” era stata rivoltata come un calzino da Guardiola, che con i suoi Barcellona e Bayern Monaco ha proposto un  modo radicalmente diverso di pensare, insegnare e sciorinare calcio. Prima che sia troppo tardi, qualcuno li avvisi anche che c’è qualcun altro, un certo Luis Enrique, che sta ulteriormente affinando i dettami del “Guardiolismo”, e chissà se presto non saremo costretti ad ammetterne il superamento… Una sfrontatezza quasi tragica, da punizione divina, quella dei due tecnici in parola, che è costata tanto ai due club in termini di risultati e di incassi. Ma ora la musica è cambiata: per raddrizzare la baracca prossima al crollo ecco che si fa prontamente ricorso a quei tecnici italiani troppo frettolosamente ridimensionati nelle loro qualità. Sarri e Spalletti, figure diametralmente opposte ai loro predecessori, sono infatti pragmatici uomini di campo nonché acuti osservatori dell’evoluzione di uno sport i cui punti focali non sono più soltanto la tattica ed i moduli quanto l’interpretazione del ruolo, i sincronismi di reparto e la lettura delle situazioni di gioco. Abbiamo sbagliato: i maestri di calcio erano nostrani e siamo andati a cercarli altrove, lasciandoci abbagliare da un’esterofilia diffidente che puzza di provincialismo. Questa miopia  (anch’essa) narcisistica di stampa, dirigenze e tifosi è costata due anni di involuzione sia alla Roma che al Napoli, mentre campioni del calibro di Hamsik, De Rossi, Higuain o Pjanic hanno rischiato di smarrire gli anni migliori della propria carriera calcistica nei guazzabugli tattici in cui era costretto il loro genio assoluto. Errore, questo, che non si ripeterà – mi auguro. Meglio “un matrimonio all’italiana” che ritrovarsi un giorno a dover tradurre in chissà quale lingua “c’eravamo tanto amati”…

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