66e21bd6 8b71 4ebd 8da1 1c10a5276b29 2060x1236Immaginate un parlamentare di sinistra. Uno in carica da più di trent’anni. Uno che, nonostante la lunga permanenza in aula, sia ancora stimato e non accomunato agli altri coetanei e non. Trovato? Probabilmente no.

Già immaginare un parlamentare effettivamente “di sinistra” è operazione complicata, ancora più complicato è poi doverne trovare uno da più di trent’anni a Montecitorio o Palazzo Madama (le più longeve sono Rosi Bindi, da 21 anni alla Camera, e Anna Finocchiaro, da 28 al Senato). Impossibile, però, trovare qualcuno della “vecchia guardia” che goda ancora di buona salute politica: chi si è salvato dalle rottamazioni e dai repulisti è oggi visto come dinosauro pronto ad estinguersi.

Provate allora per un attimo ad estraniarvi dal contesto italiano, e concentrate la vostra attenzione sull’identikit: perché potrebbe essere quello del prossimo presidente del Partito Laburista inglese, candidato potenziale per Downing Street alle prossime elezioni del 2020: Jeremy Corbyn, infatti, è in fortissima risalita nelle preferenze dell’elettorato giovane e solitamente non interessato alla politica.

Guardando con gli occhi spenti di un normale osservatore italiano può sembrare incredibile che un membro della Camera di oltre sessantacinque anni, in carica da quasi trentacinque, possa risvegliare tanto interesse tra i giovani; eppure, è proprio quel che sta accadendo in Gran Bretagna, Paese in cui le tensioni sociali restano altissime nonostante la vittoria di David Cameron alle recenti elezioni di maggio (cose che capitano quando l’1% della popolazione detiene quasi il 30% della ricchezza nazionale – fonte Piketty). Dalla sua, Corbyn può vantare una coerenza invidiabile, pagata più volte nel corso degli anni con l’isolamento politico da parte del suo stesso partito – quel Labour che oggi si candida a guidare. É l’unico, tra i quattro candidati, a non aver fatto parte dello Shadow Cabinet di Ed Miliband; ma è anche uno dei pochi ad essere uscito indenne dallo scandalo dei rimborsi gonfiati scoppiato appena qualche anno fa: dalle indagini ne uscì che Corbyn era il parlamentare più parsimonioso dei 650 della Camera dei Comuni.

Dal passato del politico di Islington affiorano altri episodi curiosi: come quella volta che fu arrestato in SudAfrica, quando vi andò a protestare contro l’apartheid (in tempi in cui Mandela era ben lontano dall’uscita); o quell’altra in cui invitò a Londra il capo del Sinn Fèin irlandese, chiamandosi su di sé le ire della Thatcher e degli stessi Labour. Non è un caso se nell’ultima legislatura non-Tory (quella targata Blair – Brown) Corbyn ha votato 238 volte contro il partito della rosa rossa – una specie di Civati dai capelli bianchi – né può considerarsi una casualità il fatto che a schierarsi contro la sua candidatura sia stato proprio quel Tony Blair che fino a una decina di anni fa declinava la terza via oggi tanto amata anche dal premier italiano.

Un candidato di rottura, che non ha fatto mistero di supportare la riduzione del debito greco ed il governo Tsipras contro lo strapotere tedesco; e che oggi, dopo essere partito nel cono d’ombra degli altri candidati, anche grazie al supporto di Unison e Unite, i due principali sindacati del Paese, si presenta come il favorito dai bookmakers all’ultima curva delle elezioni interne (ma ha già annunciato che la sua battaglia continuerà anche in caso di sconfitta). Nazionalizzazione del sistema ferroviario, sviluppo delle infrastrutture, potenziamento della sanità pubblica, gratuità dell’educazione universitaria: sono solo alcuni dei punti del programma che oggi sta raccogliendo consensi amplissimi in quella fascia di popolazione finora disinteressata alla politica, che oggi trova in questo giovane sessantasettenne la speranza perduta di una nuova partenza (e l’affluenza di simpatizzanti non strettamente legati al mondo Labour preoccupa i piani alti dell’establishment, tanto da far minacciare a qualcuno l’interruzione degli abbondanti flussi di donazioni provenienti dalla finanza britannica).

La parabola di Corbyn, anche se ancora incompiuta (si voterà tra agosto e settembre) offre speranze anche per la ricostruzione di una sinistra italiana, per la riformazione di un armamentario contro le disuguaglianze che qui sembra affondato tra Jobs Act ed abolizione dell’Imu. A settembre Tsipras potrebbe trovarsi un altro, inaspettato alleato, in attesa delle elezioni in Portogallo e Spagna. Un autunno caldo che può far tremare l’austerity: la battaglia è appena cominciata e passa anche da Londra, capitale finanziaria d’Europa.

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