Un oppresso e un oppressore, il popolo sovrano e i dispotici creditori, la claudicante Grecia e la spietata immanenza dell’Europa dei tecnocrati. Tirando ad indovinare, e senza nemmeno osare poi tanto, non è difficile prevedere  che ad attrarre prevalenti simpatie nell’agone politico che congiungeva virtualmente Bruxelles e piazza Syntagma sia stata ovviamente la vittima, la disarmante e disarmata Grecia, una volta culla di civiltà e progresso ed ora simbolo dello sfacelo dell’austerity. Così, in occasione del referendum proposto dal Premier ellenico Tsipras sulla possibilità di accettare o meno il piano di risanamento proposto dalla Troika, quello del “NO” (“OXI” in greco) non poteva che essere un successo annunciato.  Ad una settimana dal voto, però, vuoi per fine strategia politica (ottenere quasi 54 miliardi di euro in tre anni), vuoi per un improvviso raptus di follia, il capo del governo greco ha proposto al vaglio dei creditori un piano di rientro del debito più duro di quello rifiutato dalla sua nazione. Un vero coupe de theatre per chi, nell’immediatezza del voto si era inebriato della resipiscenza democratica dell’Ellade o dell’affermazione solenne ed inequivocabile della volontà sovrana dello Stato sulla malefica Europa. Ma se, da un lato, il referendum in parola ha senza dubbio messo in luce tutti i limiti, politici e di governance, dell’ Unione Europea (inutile in questa sede ribadirli), dall’altro pone qualche dubbio sulla linearità ed efficacia della politica della rossa Syriza, il cui piano di “riforme” presentato a Bruxelles prevede: aumento dell’IVA al 23% (salvo l’aliquota del 6% sui medicinali e del 13% su cibo, acqua, energia) con eliminazione dello sconto IVA per le isole maggiori, revisione dei valori catastali ed aumento della tassa sulla proprietà immobiliare, aumento dell’età pensionabile a 67 anni entro il 2022, aumento dell’imposta sul reddito delle imprese dal 26% al 28%. Manovre finanziarie, queste, che assicureranno consistente gettito ma che rischiano di far crollare ulteriormente consumi e produzione. Mossa davvero molto poco accorta, che denota almeno in apparenza la resa ai diktat europei. Altre manovre sono invece apprezzabili, come il taglio alla spesa militare per 300 milioni di euro in due anni, l’aumento della tassa sul lusso dal 10% al 13%; mentre qualche riserva è legittima, dato l’elevato rischio di svendita, sulla privatizzazione di aeroporti regionali, del porto del Pireo e degli scali di Salonicco e Hellinikon. Ecco quindi le incongruenze cui prima si accennava: Tsipras ha per ora fallito nella sua missione di smantellare il “sistema Grecia” che ha condotto al baratro della Grexit, trovandosi costretto a ricorrere ancora a tagli sanguinosi ed inasprimenti fiscali senza precedenti. Peccato che in campagna elettorale la promessa di rottamazione (termine conosciuto a noi italiani) di quel sistema, che è il vero freno alle riforme di cui il paese ha bisogno, non sia mai nemmeno iniziata. In compenso, però, ha ottenuto la testa di Varoufakis (espressione di una parte oltranzista del partito scomoda in sede di trattative), mentre l’ingenuità con cui si crede di debellare corruzione, clientelismo politico, inefficienza amministrativa, sperperi di danaro pubblico attraverso l’introduzione di semplici norme sulla trasparenza dei partiti politici ispira teneri sorrisi. Tutto ciò rende Syriza un interlocutore politico poco credibile in ambito internazionale, e qui si colloca la mossa tattica del referendum, il cui consenso popolare (sempre parziale) ha rilegittimato Tsipras al tavolo dei creditori. Quindi, quel sistema che il buon Alexis si prefiggeva di annientare ora invece gli fa gioco, ed è plausibile che nel prossimo futuro nulla cambi perché lui stesso è divenuto contiguo al sistema stesso. Da ultimo, l’inutile referendum ha difatti spaccato l’Europa legittimando i singoli Stati, scelleratamente indebitatisi fino al collo, ad opporre alle pretese creditizie da essa avanzate (seppur non sempre immacolate) resistenze strenue in nome della democrazia, della libertà e della sovranità statale. Un opportunismo del genere ce lo saremmo aspettati dal fronte antieuropeista Salvini-Le Pen, ma non da Syriza, che forse non rappresenta più una sana espressione della sinistra socialdemocratica europea. A meno di cambi di rotta, serve fare ammenda.

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