coppa“Alcuni credono che il calcio sia una questione di vita o di morte. Non sono d’accordo. Il calcio è molto, molto di più” (Bill Shankly). Questa riflessione l’avranno fatta tutti i giocatori della Juventus, ognuno a modo suo, prima di  mettere piede nell’Olympiastadion di Berlino, guardandosi negli occhi negli spogliatoi, incrociando i tacchetti coi marziani del Barcellona già nel sottopassaggio che conduce al terreno di gioco, accarezzando l’idea di poterla spuntare contro chiunque quando in campo ci va gente del calibro di Buffon, Pirlo, Pogba, Tevez, Morata. Ognuno di loro, a modo suo, si sentiva chiamato a riscrivere  la storia e riportare la coppa dalle grandi orecchie a Torino dopo i vent’anni trascorsi dall’ultima vittoria contro l’Ajax nella stagione 95-96. Ma, si sa, favola e realtà non sempre combaciano e la Juventus, Cenerentola d’Europa, se ne rende conto dopo appena 4 minuti, quando Rakitic, uno che di finali europee se ne intende avendone vinte due su due (l’anno scorso in EL col Siviglia e quest’anno la Champions), colpisce a freddo le speranze del popolo bianconero. Ma il Barcellona non è la solita squadra spumeggiante ed entusiasmante vista nel corso della stagione: i blaugrana non dominano, piuttosto vivono di sprazzi di bel gioco, di invenzioni estemporanee dei singoli, e con un Messi poco incisivo lì davanti (molto spesso ad agire da trequartista più che da punta) il rocambolesco pareggio di Morata (55’) non è parso uno sfregio alle divinità del Pallone. Il gol del canterano madridista è però soltanto l’illusione che riaccende le speranze bianconere prima dello sliding doors che orienta definitivamente il match: l’arbitro Cakir non si avvede di un evidente fallo di Dani Alves su Pogba in area, non ravvisa gli estremi per il calcio di rigore, e nell’immediato capovolgimento di fronte Suarez non perdona, segnando il gol del 2-1 al minuto 68, facilitato anche della spregiudicatezza tattica juventina, tutta corsa, pressing e proiezioni offensive. Il colpo del definitivo K.O. arriva solo nel finale con Neymar, che al 90’+5’ batte con un preciso diagonale Buffon – immenso, il migliore tra i suoi – che capitola per la terza volta senza colpa. La Juventus esce comunque a testa alta, avendo giocato al massimo delle proprie possibilità contro una squadra che negli ultimi dieci anni ha disputato tre finali di Champions vincendole tutte, è l’unica ad aver centrato per due volte il triplete (il primo nel 2009 con Guardiola in panchina), e che ora ha modo di ambire al sextete puntando alla vittoria in Supercoppa Europea, Supercoppa di Spagna e Coppa del Mondo per club. Se il Barça riapre un ciclo, la Juve (forse) ha chiuso a suo modo il suo, costellato dal 2011 di quattro scudetti consecutivi, due supercoppe italiane e, appunto, una gran gara nell’ultimo atto della Champions di quest’anno. Oltre il dato sportivo, la delusione per la sconfitta (per la Juve è la sesta finale persa su nove disputate, mentre in caso di vittoria avrebbe raggiunto l’Inter a quota tre successi europei) e l’esaltazione catalana per la vittoria, indelebili rimarranno le lacrime di Pirlo, probabilmente al passo d’addio in maglia bianconera, la gioia di Xavi, che lascia da re alzando al cielo di Berlino il massimo trofeo continentale, il carisma di Pogba, che rincuora uno sconsolato Morata prospettandogli un futuro di grandi sfide in cui saranno loro i protagonisti sul palco d’onore della finale, l’esuberanza di Neymar in contrapposizione alla compostezza e alla dignità di Buffon nel dopogara. Le favole, è vero, spesso non combaciano con la realtà ma finiscono per raccontare straordinarie storie di uomini e di Sport che affascinano tutti, a prescindere dalle detestabili divergenze da tifo. La presenza della Juve in finale diventi perciò motivo di orgoglio per tutto il movimento calcistico italiano e le nostre squadre torneranno presto a scrivere pagine memorabili della storia dello sport più bello del mondo.

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