juve coppaÉ strano guardare una partita, specie se si tratta di una finale, dalla panchina. Sei lì a soffrire, ad incitare, con le gambe che fremono e con il cuore che arde di passione, per non parlare dell’orgoglio, ferito ma pronto a ricucirsi in tutta fretta pur di entrare in campo. Poi il mister ti guarda: sei tu il prossimo ad entrare. E così, dopo un’occasione clamorosa sciupata, fai partire un tiro ch’è un misto di rabbia e disperazione. Lo capisci subito se hai calciato bene, si vede all’istante se la palla finirà o meno nello specchio della porta. Quello che non puoi immaginare è che quel pallone sta per tradirti andando a baciare entrambi i pali sotto gli sguardi impietriti dei tifosi. Minuto 94: questa è una prima versione della storia. Ma potrebbe anche capitare di essere più fortunati, di subentrare dopo aver sofferto lì seduto, di trovarsi a calciare quasi per caso seppure in maniera decisa, e di gioire, approfittando di una mezza incertezza del portiere, oppostosi in maniera non esattamente decisa. L’orologio dice “96”: questa è una seconda versione, quella di Alessandro Matri, bomber di scorta della Juventus dei record, autore del gol da opportunista vero che riporta, dopo vent’anni, nella bacheca bianconera la decima Coppa Italia, secondo trofeo di una stagione pazzesca (e non ancora terminata). Nella cornice spettacolare di un Olimpico gremito in ogni ordine di posto la squadra di Allegri si impone per 2-1 su di una Lazio a dir poco impeccabile, riuscita anche a portarsi in vantaggio al 4′ con un colpo di testa di capitan Radu, merito della partenza gagliarda (per usare un termine caro ai capitolini) delle aquile. Ma la Juventus, si sa, ha tante vite quanti scudetti, e più è alto il tasso d’importanza della posta in gioco, più la cattiveria (agonistica) degli uomini più rappresentativi aumenta. Così, al minuto numero 10, sugli sviluppi di una punizione sulla trequarti calciata da Pirlo, ad intervenire in maniera vincente con una perentoria girata di sinistro è Giorgio Chiellini, capitano per una notte sotto il cielo della Capitale. L’inizio col botto lascia però, subito, la scena all’equilibrio, mattatore indiscusso dell’intero match. Un equilibrio fatto di tanta corsa mista a lotta, di inconscia paura nel lasciare il fianco scoperto agli avversari, di ripartenze infruttuose da una parte e dell’altra affidate agli scatti dei centometristi Candreva e Tevez. Gli unici lampi degni di nota sono la conclusione di Parolo (tra i migliori in campo) che, approfittando di un assist involontario di uno spento Pogba, sfiora il palo facendo scorrere un brivido lungo la schiena di Storari, portiere bianconero di Coppa; ed il rinvio maldestro di Berisha che colpendo l’attaccante argentino della Juve, quasi combina una papera colossale. La partita è assolutamente gradevole, strano per essere una finale, e i novanta regolamentari scorrono ch’è un piacere. E’ una stabilità pulsante ed energica, veloce, sovvertibile solo per mano di un episodio. Gli allenatori provano a sferrare il colpo vincente con i cambi inserendo gli assi nella manica, Djordjevic per i biancocelesti e Matri per la Juventus, cioè le due storie sopracitate che sembrano uscite dalla trama di “Sliding doors”, pellicola di successo di fine anni ’90. Supplementari iniziati da 6′: la zampata del bianconero porta la Coppa tra le mani dell’imbattibile Juventus. Un grande plauso va, però, alla Lazio, per aver confermato ancora una volta di essere la seconda squadra più forte d’Italia, forse la prima per brillantezza ed intensità di gioco. La Vecchia Signora fa festa e si prepara all’appuntamento più importante della stagione, quello del 6 giugno a Berlino contro gli alieni blaugrana, per salire in cima all’Europa, nell’Olimpo del Calcio. Com’è il proverbio? Ah si…”Non c’è due senza Tre”.

…Campioni si nasce.

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