Era la stagione 2006/2007, e mentre l’Italia ancora si coccolava la vittoria in coppa del mondo, per il popolo bianconero l’unica “B” era quella del campionato di appartenenza, dopo che per i fatti di calciopoli per la Juventus fu disposta la retrocessione nella serie cadetta. Ora, dopo quasi dieci anni, quella stessa “B” ha un sapore tutto diverso e rimanda alla finale di Champions contro un Barcellona stellare, che si terrà, guarda caso, a Berlino, culla del sogno mondiale azzurro. Quello della Juventus, al di là della vittoria o meno in Coppa Campioni, è tuttavia un successo che non cade così dal cielo inaspettato, bensì è il frutto di una serie di fattori che trovano poi manifesta espressione direttamente sul terreno di gioco. Dall’organizzazione societaria allo scouting, dalla gestione diretta dello Juventus Stadium (unico caso in Italia di stadio di proprietà) alle mosse di mercato lungimiranti e coraggiose (Pogba-Pirlo acquistati praticamente a zero e la scelta di Allegri dopo le sciagurate dimissioni di Conte ad inizio ritiro) oggi si può parlare della Juventus come fenomeno “metacalcistico” che, al netto dell’etichetta di “ladri”, “gobbi” o “antisportivi”, traccia un solco tra il vecchio modo di concepire il mondo del pallone e quello nuovo, che nel resto d’Europa è già realtà mentre nel belpaese ancora stenta ad affermarsi. In altre parole, il merito della dirigenza bianconera sta nell’aver intuito che quello sportivo (valore della rosa, piazzamenti, vittorie…) è solo un degli asset di una società calcistica, e che esso paradossalmente induce ad indebitarsi in maniera più che proporzionale al risultato conseguito (basta ricordare la crisi dell’Inter di Moratti dopo il triplete). La strada per costruire i propri successi nel tempo, allora, deve essere necessariamente un’altra. Così, dopo gli anni bui  dell’immediato ritorno in A rischiarati dall’avvento della “primavera juventina” con Conte allenatore (2011/2012, ndr), i dirigenti bianconeri hanno aumentato esponenzialmente il senso di appartenenza squadra-tifosi con la costruzione dello Stadium, sviluppato un mercato oculato e coerente con gli obiettivi stagionali e (per quanto possibile) ossequiosi degli equilibri di bilancio, instaurato una simbiosi totale tra progetto tecnico e scelte societarie capaci negli anni di aggregare alla prima squadra elementi funzionali come Barzagli, Pirlo, Vidal, Pogba, Tevez e, da ultimo, Morata. Non è tutto oro quello che luccica, però. Dalle parti di Vinovo pesa ancora la gestione dei casi “Del Piero” e “Conte”, ma una dirigenza cinica, carismatica ed a volte spietata è sintomo di ambizione e spregiudicatezza, che nel calcio moderno servono eccome. Insomma, la Juventus non è semplicemente una squadra: attualmente è una realtà che unisce i tifosi, responsabilizza e galvanizza i giocatori, e che prescinde da motti provinciali di appartenenza o occasionali prestazioni top per sentirsi grande. La Juventus attuale, seppur lontana anni luce dallo stile Juve che fu del compianto avvocato Agnelli,  è sinonimo di “progettualità” e “successo”. Facile comprendere così il motivo del dominio che ha portato alla conquista dello scudetto per il quarto anno consecutivo e proiettato i bianconeri a disputare una stagione europea di livello assoluto (nonostante un percorso Champions più abbordabile del Barcellona rivale). “Al di là del risultato”, più che il motto (diciamolo, un po’ ipocrita) di una tifoseria ferma al palo da anni, sembra proprio quello di una Juve vincente e pragmatica, dentro e fuori dal rettangolo di gioco, che si potrà amare o odiare, ma che merita i giusti tributi per il modello societario d’avanguardia che rappresenta in Italia. E c’è già chi a Berlino giura di aver avvertito risuonare l’eco di “Seven Nation army”, l’inno della cavalcata azzurra ai mondiali del 2006…

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