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Dopo 21 anni la Formula 1 ha assistito di nuovo alla morte di un pilota. Jules Bianchi è morto. Erano passati quasi nove mesi da quel tragico incidente a Suzuka e la triste notizia è arrivata in una calda e anonima notte d’estate. Era da troppo tempo che non si assisteva a una morte in pista, il che è un bene ma allo stesso tempo un male. Eravamo abituati a vedere uscire i piloti dall’abitacolo integri dopo un incidente, come se nulla fosse successo. Eravamo troppo sicuri della sicurezza acquisita in questi anni e proprio questo ha permesso al caso di portare con sé un ragazzo appena venticinquenne.

Il mestiere della velocità è sempre stato e sempre sarà qualcosa di pericoloso, ci sono tanti pezzi di asfalto che ci possono raccontare storie spietate prive di sfumature, ma la tecnologia ha permesso di diminuire il rischio e l’illusione di eliminarlo. Se siamo arrivati fino a qui è grazie al sacrificio di Ayrton Senna. La sua morte ha portato a una rivoluzione totale in Formula 1 e con la sua eredità abbiamo vissuto ben 21 anni dimenticandoci quasi della triste mietitrice. La morte di Bianchi potrebbe segnare una nuova svolta di questo sport ma l’omertà della FIA, oscena in questo episodio, potrebbe far rimanere tutto immutato.

La FIA ha scaricato completamente tutte le colpe su Jules con un rapporto di oltre 300 pagine. La colpa imputata a Bianchi è stata l’alta velocità di percorrenza durante il regime di Safety Car. Potremmo anche imputare questa colpa al pilota ma ci sono tanti altri fattori, non secondari, da considerare.

Il primo dei tanti, ma forse anche il più importante, è che c’è una lacuna nel regolamento, poiché le bandiere gialle invitano il pilota a rallentare ma è quasi prassi comune (se non ci sono corpi estranei in pista) ignorarle. In un regolamento dove quasi ogni cosa è controllata con cura maniacale, lasciare un’interpretazione così ampia a persone che nel DNA hanno solo la velocità è imbarazzante. Inoltre le condizioni di pista erano pessime. Essa era completamente allagata, e di conseguenza c’era poca visibilità, basti pensare che vari piloti, tra cui Massa (un veterano della F1), chiedevano la sospensione della gara. Per ultimo ma non meno importante, c’era un trattore in pista che spostava una monoposto uscita di pista nel giro precedente alla nascita della tragedia. In quel momento il commissario di gara aveva il diritto e “l’obbligo” di dover far uscire la Safety Car per permettere al trattore di spostare in sicurezza la vettura e solo dopo far ripartire la gara.

Purtroppo è inutile cercare il perché e il come di questa tragedia con l’umana speranza di riavere tra di noi Jules col suo innocente sorriso, le lancette dell’orologio nero non tornano mai indietro, ma abbiamo il dovere di cercarlo per gli attuali e futuri dominatori della velocità.

L’eredità di Jules un giorno sarà pari a quella di Senna, non c’è distinzione tra chi sfida la morte per vivere.

Addio Jules.

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