In occasione delle giornate FAI di primavera, domani 19 e domenica 20 marzo, riapre eccezionalmente al pubblico la Biblioteca dei Girolamini, la più antica di Napoli e la seconda in Italia, dopo quella Malatestiana di Cesena.
Il fascino di questo complesso, datato 1586, risiede, oltre che nell’amena bellezza dei luoghi, anche nell’innegabile suggestione generata dall’idea che tra questi scaffali fosse solito aggirarsi e trascorrere intense giornate di studio Gianbattista Vico.
Fu proprio l’ostinata opera persuasiva del filosofo, storico e giurista italiano a permettere l’acquisizione del fondo librario lasciato dal filosofo Giuseppe Valletta, facendone una delle più importanti biblioteche pubbliche italiane, con un immenso patrimonio di volumi religiosi e laici.
A qualche secolo di distanza gli antichi fasti sono ormai solo un lontano ricordo, e la Biblioteca, oltre a versare in stato di abbandono e decadenza strutturale, risulta tristemente chiusa al pubblico.
La situazione di attuale degrado è frutto di una gestione scellerata e di una serie di scelte discutibili, prima tra tutte quella di utilizzarne i locali come ricovero per sfollati, durante il terremoto del 1980.
Ma il resto è storia recente. Nel giugno del 2011 l’allora ministro dei Beni culturali Giancarlo Galan (ex Publitalia), nomina inaspettatamente il braccio destro del berlusconiano Marcello dell’Utri, Massimo De Caro, direttore della Biblioteca.
Sul conto di De Caro, circolano da tempo una serie di indizi poco confortanti: nessuna laurea, un passato da mercante e falsario di libri in Argentina, già implicato in un enorme giro di tangenti in Russia per affari sulle bioenergie.
Il sentore che la sua nomina non sia adeguata diviene assoluta certezza nel maggio del 2013, quando la Biblioteca viene posta sotto sequestro e De Caro arrestato nell’ambito della più grande inchiesta sul mercato illegale dei beni culturali della storia Repubblicana.
Due anni di saccheggi sistematici e meticolosamente programmati: De Caro al suo arrivo fa disattivare il sistema di sorveglianza, i volumi vengono trasportati in piena notte a bordo di furgoni appostati su Via Duomo, dopo essere stati manomessi per alterarne il luogo di provenienza.
Una stima in continuo aggiornamento conta circa 2400 libri, rintracciati tra New York, Londra ed Argentina, e lo stesso Dell’Utri ne ha restituiti alcuni dal valore inestimabile, tra cui l’originale della ‘Scienza nuova’ di Vico, annotata a mano.
Riportare a Napoli tutti questi tesori non sarà semplice, alcuni probabilmente andranno perduti per sempre, ma la beffa ulteriore è che con la chiusura momentanea la città perde anche un luogo importante d’aggregazione e d’incontro, considerando la vicinanza a quartieri difficili come Forcella e la Sanità.
Il rischio di scadere nella retorica è elevatissimo, ma Napoli dovrebbe stringersi attorno a meraviglie come questa, proteggerle strenuamente, lasciarle in mani competenti ed operose.
Invece il dato inquietante è questo: tutti sapevano ma nessuno è intervenuto in tempo a frenare il progressivo ed evidente impoverimento degli scaffali.
In questa, come in altre occasioni, Napoli risulta irrimediabilmente affetta da quel male grave ed incurabile che è la Sindrome di Stoccolma, che porta la vittima ad abbandonarsi, inerme e lasciva, incapace di reagire e provvedere a se stessa, tra le languide braccia dei suoi stessi aguzzini, a farsi complice del loro medesimo atroce crimine: l’incuria.
Accade lo stesso a Pompei, con cadenza ormai ciclica, ed a poco è servita la scossa momentanea generata dalle dimissioni espiatorie dell’allora ministro ai Beni culturali Sandro Bondi.
Nonostante l’avvicendamento con Franceschini e le puntuali promesse di rilancio, la situazione era e resta rovinosa, e se ormai i crolli non fanno più notizia, la recente scomparsa di una grossa porzione di affresco di epoca romana dalla ‘Casa di Nettuno’, ultimo di una serie di furti perpetrati anche solo nel maldestro tentativo di portare a casa una reliquia, sì.
Del resto viviamo in un posto in cui il neo direttore della Reggia di Caserta, Mauro Felicori, viene accusato dai sindacati di essere troppo ligio al dovere, di lavorare troppo, talvolta anche fino a tarda notte.
La vera notizia, purtroppo, è questa.

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