o CIVATI facebookAlla fine Pippo Civati non ce l’ha fatta, la battaglia per portare l’Italia al referendum su quattro dei principali provvedimenti presi dal governo Renzi nell’ultimo anno è mezzo è fallita, tra errori nei conteggi e mancato coordinamento della raccolta dei moduli nei Comuni italiani in cui era possibile firmare gli otto quesiti. Un’ottima notizia per il presidente del Consiglio (non a caso Civati, sul suo blog, scrive che “l’ha scansata”): una campagna referendaria avrebbe probabilmente monopolizzato il dibattito mediatico e politico dei prossimi mesi; una botta non da poco per il deputato brianzolo, al contrario, che puntava tanto su quell’appuntamento per assestare un deciso scossone alla maggioranza di governo, già alle prese con i grattacapi delle riforme costituzionali.

È stata una campagna referendaria strana, per la gran parte giocata nel silenzio dei canali tradizionali dell’informazione, in cui pare proprio che nessuno ci abbia fatto una bella figura. Non Civati, che ha insistito su questa battaglia quando le parti sociali (leggi: sindacati e associazioni di categorie coinvolte nei quesiti) gli avevano fatto intuire la necessità di attendere un altro anno prima di partire con la raccolta delle firme: probabilmente, l’intenzione era quella di lanciare un’Opa su tutta la sinistra al di fuori del Pd (ergo: su tutta la sinistra); evidente è che l’intento non è riuscito, anche per le prevedibili defezioni delle suddette parti sociali.

Non ci hanno fatto una bell’impressione Landini, Fassina ed i sindacati di categoria: per non correre il rischio di trovarsi un Civati eccessivamente forte dal punto di vista mediatico, hanno rinunciato ad una battaglia facilmente alla portata, su cui potersi confrontare seriamente con il governo a partire da gennaio in poi; dando vita, di fatto, a uno degli schemi classici della sinistra italiana degli ultimi trent’anni, fatta di posizionamenti, mosse, contromosse, ripicche e rimpiattini: Civati adesso sosterrà le battaglie di Fassina, Fiom e co., dopo aver ricevuto un secco “niet” alla richiesta di soccorso sugli otto referendum? C’è da sperarci, ma è difficile: eppure in molti, nella via Lattea di partitini e movimenti (anche solo in fieri) fuori del Pd hanno provato un malcelato sollievo alla notizia del mancato raggiungimento del quorum.

Infine, però, c’è da dire che a farci una figura magrissima è stato anche lo stesso governo e le fonti di informazione ad esso vicine: dopo aver boicottato la campagna con un incessante silenzio, i siti de l’Unità e Repubblica oggi avevano titoloni sul fallimento civatiano (addirittura il quotidiano “fondato da Gramsci” mette tanto di sfottò in bella mostra sulla homepage); mentre molte voci un tempo vicine al leader di Possibile si dilungano in prese in giro e frecciatine che rendono bene l’idea della mancanza di stile istituzionale e coerenza politica di chi oggi siede a Palazzo Chigi.

Una brutta pagina, insomma, dalla quale indubbiamente – come detto – è Civati ad uscirne (mediaticamente) peggio; una botta significativa (forse mortale) alle speranze legate alla costruzione di una formazione unitaria contro le politiche del Pd, sullo schema utilizzato in Europa da Podemos e da Syriza. Un processo che doveva concludersi (nelle intenzioni dei promotori) proprio ad ottobre, ma che rischia di fermarsi ancora prima di cominciare.

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