“A long time ago when the world was pretty / Standing right here in a different city /
They’re not coming back anymore / Is this the answer to our prayers / Is this was God has sent? / Please understand / It isn’t what we meant.”
 
“Molto tempo fa, quando il mondo era bello / Vivevamo in una città diversa / Ma quei tempi non torneranno più / Perché questa è la risposta alle nostre preghiere / Perché questo è ciò che Dio ci ha inviato? / Vi prego, capite che / Non è così che dovevamo diventare.” (This isn’t what we meant.)
Nel 1995 i Savatage decisero di realizzare un concept album sulla guerra in Bosnia tra la fazione serba e quella musulmana, conflitto che portò ad uno spargimento di sangue come non se ne vedevano da decenni per una guerra civile.
I Savatage riescono nell’intento di presentare all’ascoltatore la vicenda da un punto di vista intimistico e drammatico, senza limitarsi ad una semplice cronaca degli eventi bellici. Infatti, i protagonisti della storia sono due giovani di Sarajevo, Serdjan Aleskovic e Katrina Brasic: serbo lui, musulmana lei. Un’ amore sbocciato oltre la barricata imposta dal credo religioso e dall’appartenenza razziale. Ed è proprio questo il messaggio che i nostri vogliono lanciare: come l’amore, anche la musica è capace di unire popoli differenti, laddove hanno miseramente fallito la religione e la politica.
Come è simbolo di protezione per l’uomo il gargoyle in pietra rappresentato in copertina, che veglia sullo scenario apocalittico della Sarajevo innevata e devastata dalla follia umana.
Il disco si apre con la solenne Overture che, con il suo epico incedere, i duetti incalzanti delle chitarre e della tastiera, magistralmente suonata da Jon Oliva, ci conduce a Sarajevo. Il brano inizia con un rombo assordate di mortai, a cui fanno da contraltare il pianoforte e la voce limpida e struggente di Zak Stevens, che dipingono immagini di una città che ha perso il suo antico splendore.
Questi due brani, tuttavia, fungono solo da preparazione al pezzo trainante dell’album, This Is The Time, un vero inno alla libertà, un invito esteso a tutti i popoli del mondo a recuperare la propria identità comunitaria.
Dopo l’apparente quiete di This Isn’t What We Meant, brano melodico magistralmente interpretato da Stevens, la musica e, insieme ad essa l’arte tutta, cercano di riaffermare la propria identità in questo contesto di morte e distruzione. Un uomo “folle” decide di scendere in piazza a Sarajevo e suonare Mozart al piano, noncurante i bombardamenti attorno a lui. È questo il motivo dell’intricatissima strumentale Mozart And Madness, composizione imponente per le trame di chitarre e tastiera e dalla potente sezione ritmica.
I brani successivi ci mostrano come a volte non basta scendere in piazza e gridare “Basta!” per fermare la follia dilagante. Per quanto possiamo batterci fino allo stremo, ci saranno sempre delle forze politiche a contrastare il nostro tentativo di recuperare la dignità. In One Child , attraverso la struggente immagine di un bambino che traccia un solco nella sabbia nel tentativo di scavare un tunnel che lo conduca lontano dal conflitto, i Savatage ci mostrano il punto di vista delle reali vittime della guerra, dei bambini che non avranno diritto a nessun futuro.
Il disco si chiude con il pezzo più toccante, Not What You See. I due innamorati si incontrano, finalmente, nella piazza principale di Sarajevo e, alla vista di un violoncellista dilaniato dai colpi di mortaio, decidono di fuggire insieme, lasciandosi quell’odio incomprensibile alle spalle.
La fuga d’amore, l’abbandonarsi ai veri sentimenti e alle passioni, rappresentano quindi le uniche possibilità per l’essere umano di evadere da un mondo in cui la famosa frase pronunciata da Stalin “Una singola morte è una tragedia, un milione di morti sono una statistica” rappresenta un dogma.

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