Copia di Jeremy Corbyn 009Ne avevamo parlato qualche settimana fa, e finalmente oggi giunge a conclusione il percorso che porta alla scelta del segretario del partito laburista inglese (ma l’annuncio ufficiale ci sarà solo nella giornata di sabato). I lettori più affezionati ci perdoneranno se torniamo sull’argomento a così stretto giro, ma è nostra opinione che questo passaggio possa essere fondamentale per la comprensione di cosa sta avvenendo nella sinistra europea (e cosa, d’altronde, potrebbe avvenire in Italia).

La vittoria della competizione sembra essere appannaggio, come preannunciammo, di Jeremy Corbyn, il candidato più rosso tra quelli della rosa laburista – quotato da Ladbrokes a 1,14 la posta, praticamente quanto la Juventus in una gara in casa contro una squadra da retrocessione. Se usiamo il condizionale è perché ancora fortissime sono le pressioni perché il deputato di Islington esca da queste primarie atipiche, in un modo o nell’altro; proprio oggi la BBC ha raccolto fonti attendibili di pressioni per il ritiro della candidatura, e non è passato molto dall’editoriale di Tony Blair sul Guardian (ripreso, non a caso, dall’Unità renziana) in cui la Corbynomics veniva declassata ad un “Paese delle meraviglie” irrealizzabile. L’assunto di Blair è, infatti, che spostandosi troppo a sinistra il partito laburista non abbia chance di vincere, e che senza successo elettorale nessuna delle proposte avanzate possa trovare concreta attuazione.

Blair ignora (o finge di ignorare) che il vecchio schema “destra-centro-sinistra” è ormai sepolto, a causa delle disuguaglianze enormi in cui l’Europa e gli Stati Uniti languono – senza alcuna reale prospettiva di cambiamento; e non è un caso se Orban, presidente ungherese vicino alle posizioni della destra storica nazionalista e xenofoba, ha ricevuto in questi giorni l’investitura di molti esponenti europei inquadrabili, secondo le vecchie categorie, nella sinistra più oltranzista; mentre nemmeno è da sottovalutare l’appello di Sapir e Fassina per un avvicinamento delle forze “di sinistra” ai movimenti anti-Euro di Le Pen, Salvini e Grillo per un “fronte di liberazione” dalla moneta unica europea.

Il marasma in cui ci troviamo – acuito e, anzi, generato dalle politiche targate Blair – Clinton degli ultimi anni ’90 – permette la crescita e la diffusione di fenomeni quali Syriza in Grecia, Podemos in Spagna, Sinn Féin in Irlanda e Pomodoro Rosso in Olanda, ma è Corbyn e la sua scalata a poter fungere da paradigma. Il nuovo probabile segretario dei Labour ha due fondamentali caratteristiche: la credibilità e la radicalità. Corbyn è credibile perché non ha mai cambiato le proprie idee per adattarle alle mode del momento, perché non si è mai mescolato con le derive centriste blairiane e perché non è mai stato coinvolto negli scandali che hanno interessato il parlamento londinese.  É radicale perché non ha paura di contestare il modello economico su cui si fonda la prosperità della City londinese; ed allo stesso tempo mette al centro del dibattito quel mondo di precari, sottopagati ed emarginati che dominano la periferia inglese (e, in generale, quelle d’Europa).

La domanda sorge spontanea: chi può ritenere di possedere i medesimi requisiti in Italia? Chi può definirsi “radicale” e “credibile”, in quella pletora di leaderini in potenza che pullulano nel sottobosco politico italiano? Non più Vendola e la sua SeL, per gli scandali Ilva e per la compromissione con il Partito Democratico in moltissime realtà amministrative italiane; difficile che possano esserlo lo stesso Fassina e Civati, visto il recente trascorso piddino (ma a Civati pare mancare, ultimamente, anche la capacità di interpretare l’esasperata composizione del reticolato sociale – poco coraggiose le prime uscite e probabilmente fallimentari le proposte referendarie avanzate). Fuori dai giochi il Movimento 5 Stelle, capaci di interpretare la lotta alle disuguaglianze solo in chiave anti-casta (dimenticando di rappresentare gli ultimi, ed accontentandosi di fungere da vettore delle istanze di una piccola borghesia esasperata). Resta Landini, che però ha già detto di non voler scendere nell’agone politico (ed a lui davvero non mancherebbe né la rappresentatività dei più deboli né la necessaria autorevolezza); e restano quei sindaci che sono l’ultimo retaggio di quella primavera arancione che investì l’Italia nel maggio-giugno del 2011: Pisapia ha già dichiarato di non voler tornare a correre da sindaco di Milano – ma resta da valutare il suo futuro impegno politico nazionale – mentre De Magistris conferma di voler restare a Palazzo San Giacomo limitando le proprie prospettive dopo l’esperienza fallimentare della Rivoluzione Arancione. Il panorama è questo, e non propone sorprese all’orizzonte; se questi restano i chiari di luna, un Corbyn italiano stenterà ad arrivare; e la storica “sinistra” italiana non potrà che festeggiare l’ennesima vittoria in terra straniera, abdicando ancora una volta a concentrarsi sulle proprie macerie nostrane.

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