La dignità della speranza -“Nessuno scrive al colonnello” di Gabriel Garcìa Màrquez

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Non è fra le opere più famose del compianto Gabriel Garcìa Màrquez, ma “Nessuno scrive al colonnello” è un vero e proprio piccolo capolavoro.

Romanzo breve, pubblicato per la prima volta in una rivista a puntate, nel 1956, è stato poi edito in volume nel 1961. In Italia arriverà solo nel 1969, dove sarà pubblicato, inizialmente, insieme ai racconti riuniti sotto il titolo de “I funerali della Mama Grande”.

La storia si svolge in quella Macondo che “Cent’anni di solitudine” renderà luogo immortale, ed ha per protagonista Aureliano Buendìa, colonnello durante la guerra civile, che da quindici anni aspetta invano una pensione promessagli dal governo, recandosi quotidianamente alla posta.

Intanto vive di stenti insieme alla moglie malata, riversando tutte le proprie speranze in un gallo di combattimento appartenuto al suo unico figlio, ucciso dalle forze controrivoluzionarie per aver distribuito stampa clandestina.

La prosa di Màrquez, in genere straordinariamente vibrante, si fa qui più asciutta e pacata per raccontare questa storia di miseria, lutto e sconfitta; per descrivere un’ America latina ferita e prostrata. Ma non ci sono solo tristezza e dolore nell’universo di “Nessuno scrive al colonnello”: in qualche modo, la speranza sopravvive e ad incarnarla è quel gallo da combattimento che il colonnello nutre meglio di sé stesso. Un gallo che è memoria, ma soprattutto fede nel futuro; ultimo baluardo contro la rassegnazione e l’umiliazione di un presente miserevole.      

Buendìa potrebbe venderlo per comprare qualcosa da mangiare per sé e la moglie, ma all’ultimo momento si tira indietro: il gallo può vincere, la pensione arrivare. Un’illusione, quella dell’ex colonnello, che potrebbe apparire patetica, ma che al contrario è veicolo di estrema dignità; una dignità che pervade ogni suo gesto, ogni risposta ironica alle lamentele disperate della moglie. 

Aureliano Buendìa crede ancora negli uomini, nel riscatto che può portare il domani. Ha fede e ciò lo mantiene in posizione eretta, nonostante il dolore, l’età, gli stenti.

E’ un personaggio straordinario quello dell’ex colonnello Buendìa; una fra le figure più riuscite dell’opera letteraria di Màrquez. Il suo cammino quotidiano verso la posta, nell’aria soffocante di Macondo, è la rappresentazione di un eroismo silenzioso, ma potentissimo.

La sua impavida ostinazione non andrà sprecata: gli amici del figlio lo aiuteranno nutrendo il gallo a loro spese, facendosi portatori di quella solidarietà popolare che, sola, può salvare il paese.

“Nessuno scrive al colonnello” è un libro incredibilmente intenso, in cui il premio nobel G.G. Màrquez, in poche pagine, condensa quello che, forse, è il senso più profondo della nostra umanità, con una maestria letteraria che toglie il fiato. 

Nelle battute finali del racconto, c’è tutto quanto si possa scrivere sulla dignità e la speranza:

<<La donna si disperò.

“E nel frattempo che cosa mangiamo,” chiese, e afferrò il colonnello per il collo della maglia. Lo scosse energicamente.

“Dimmi, cosa mangiamo.”

Il colonnello ebbe bisogno di settantacinque anni- i settantacinque anni della sua vita, minuto per minuto – per giungere a quel momento. Si sentì puro, esplicito, invincibile, nell’istante in cui rispose:

“Merda.”>>

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