Esistono molte persone le cui sofferenze non hanno una vera e propria origine psicologica, ma riflettono un disagio esistenziale, una malinconia di fondo che caratterizza la nostra società contemporanea. Anziché adagiarsi tranquillamente sui farmaci a loro disposizione per stabilizzare la crisi, filosofi e psichiatri studiano il senso che si nasconde nel cuore del sintomo, quando la crisi non è tanto del singolo, quando è il singolo individuo il riflesso della crisi della società. Ma in che consiste questa crisi?

Sicuramente dal rapporto che noi abbiamo col futuro. E siccome la psiche è sana quando è aperta al futuro, quando il futuro chiude le sue porte e si offre come incertezza, precarietà, insicurezza, inquietudine, allora le iniziative si spengono, le speranze appaiono vuote, la demotivazione sale e con essa una disperazione annichilente.

La morte di Dio non ha lasciato solo orfani, ma almeno tre eredi. La scienza, l’utopia e la rivoluzione hanno proseguito questa visione ottimistica della storia. La colpa, la redenzione e la salvezza trovarono la loro più congeniale formulazione in quella analogia dove il passato appare come male, la scienza o la rivoluzione come redenzione, il progresso come salvezza.

Il positivismo di fine Ottocento era infatti animato da una sorta di messianesimo di fondo, che assicurava un domani luminoso e felice grazie ai progressi della scienza; sul versante sociologico Marx evidenziava le contraddizioni del capitalismo in vista di una radicale trasformazione del mondo; sul versante psicologico Freud ipotizzava un prosciugamento delle forze inconsce non controllate dall’Io, e il rapporto dialettico delle pulsioni interne veniva definito come l’opera della civiltà. L’Occidente si è consegnato senza riserve all’ottimismo della tradizione giudaico-cristiana che, sia nella versione religiosa, sia nelle forme laicizzate della scienza, dell’ utopia e della rivoluzione, ha guardato l’avvenire sorretta dalla convinzione che la storia dell’umanità è inevitabilmente una storia di salvezza. Oggi questa visione ottimistica è crollata. Dio è davvero morto e i suoi eredi hanno mancato la promessa.

Per dirla con Spinoza, viviamo in un’epoca dominata da quelle che il filosofo chiamava le «passioni tristi», dove il riferimento non era al dolore o al pianto, ma all’impotenza, alla disgregazione e alla mancanza di senso, che fanno della crisi attuale qualcosa di diverso dalle altre a cui l’Occidente ha saputo adattarsi, perché si tratta di una crisi dei fondamenti stessi della nostra civiltà. Certo, nessuno si reca a un consultorio psicologico per un ragazzo che soffre di turbe adolescenziali, eppure i consultori sono quotidianamente sollecitati da genitori che non sanno più come far fronte all’indolenza dei loro figli, ai processi di demotivazione che li isola nelle loro stanze ad alimentarsi di video pornografia e chat online, all’escalation della violenza, allo stordimento degli spinelli che riempiono giorni di vuoto e di ignavia.

Come sono riconducibili tutti questi sintomi alla «crisi storica»? La mancanza di un futuro come promessa arresta il desiderio nel presente. Meglio star bene e gratificarsi oggi se il domani è senza prospettiva. Ciò significa che nell’adolescente non si verifica più quel passaggio naturale che vede la libido narcisistica (che investe sull’amore di sé) convertirsi in libido oggettuale (che investe sugli altri e sul mondo). In mancanza di questo passaggio, molti adulti spingono gli adolescenti ad avere una visione del mondo di tipo utilitaristico, impostando un’educazione finalizzata solo all’utile, il più delle volte di natura economica, che ha ricadute notevoli sui legami emotivi, sentimentali e sociali.

Inoltre, cosa ancor più importante, la mancanza di un futuro come promessa non conferisce ai genitori l’autorità di indicare la strada. Tra gli adulti e i loro figli subentra, come logica conseguenza, un rapporto di natura contrattuale, dove i genitori si sentono continuamente tenuti a giustificare le loro scelte nei confronti del loro figlio, che a sua volta deve sentirsi continuamente costretto ad accettare o meno ciò che gli viene proposto in un rapporto ugualitario. Questa relazione tra giovani e adulti non è mai simmetrica, e trattare l’adolescente come un proprio pari significa non lasciarlo solo di fronte alle proprie pulsioni per esprimere al meglio la propria singolarità.

Quando i sintomi di disagio si fanno evidenti, l’atteggiamento dei genitori oscilla tra una educazione dura e coercitiva, e la seduzione anestetizzante del consumismo permissivo e schizofrenico. I giovani scelgono, quindi, di (ri)vivere il loro Edipo, devono esplorare la loro potenza, sperimentare i limiti della società e superare tutti i riti di passaggio dell’adolescenza, tra cui uccidere simbolicamente l’autorità, il Padre. E siccome questo processo non può avvenire in famiglia dove, per effetto della natura contrattuale del rapporto tra padri e figli, l’autorità non esiste più, i giovani finiscono per sublimare la propria rivoluzione edipica scagliandosi contro altre autorità, il più delle volte di natura istituzionale, solo perché la rivoluzione in famiglia non è riuscita.

Ogni manifestazione psico-patologica è sempre qualcosa connesso a un desiderio profondo, che è poi il desiderio di desiderare la vita. È vero che le “passioni tristi” sono una costruzione, un modo di interpretare la realtà e non la realtà stessa, ma la strada da seguire è un’ altra, ed è precisamente quella della costruzione dei legami affettivi e di solidarietà, capaci di spingere le persone fuori dall’isolamento nel quale la società tende a rinchiuderle, in nome degli ideali individualistici che si vanno paurosamente diffondendo.

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