Alexis Tsipras è l’uomo del momento. Il suo faccione, ben poco greco, viene trasmesso a tutte le ore dai principali network televisivi mondiali; non sempre, tali immagini sono accompagnate da parole esattamente lusinghiere: alla Grecia vengono imputate tutte le responsabilità di una crisi che squassa dalle fondamenta le certezze di un’Europa sempre più frammentata.

In questo vortice di trattative, bracci di ferro e tentativi di scaccomatto, la coerenza ferrea mantenuta dal leader greco rispetto alle promesse iniziali sono fonte di assoluto stupore per chi è abituato all’orgogliosa disinvoltura con cui in Italia si è passati da un governo di larghe intese ad un altro, negli ultimi quattro anni. Anche la scelta di indire un referendum per consentire la scelta dell’elettorato è da leggersi nel senso di corrispondere alle attese di chi, nel gennaio scorso, credette nell’opzione rappresentata da Syriza. Operazione, questa, che va anche nella direzione di un corretto esercizio del potere di rappresentanza, contando che il governo, pur formatosi correttamente con il voto di fiducia previsto, non poteva contare su un mandato elettorale “pieno”. Syriza, infatti, si attestò sul 36%; ben quattordici punti e un voto in meno della maggioranza assoluta. Tsipras, comprendendo il deficit di rappresentanza che gli sarebbe stato imputato, ha demandato la scelta (pur non definitiva) al popolo greco, rimettendo il potere di decisione nelle mani del legittimo detentore (evitando di incorrere in quella che, giuridicamente parlando, viene indicata come “rappresentanza senza potere”).

In Italia, è bene ricordarlo ai nostri lettori meno avvezzi al tourbillon politico nostrano, i capi dei principali cinque partiti/movimenti non siedono in Parlamento; il Governo è stato dotato della fiducia pur essendo nato per impulso di chi non era nemmeno lontanamente candidato alle elezioni politiche, il quale ha contraddetto le promesse fatte appena due mesi prima dell’insediamento di non sostituire quello che sarebbe poi diventato il suo predecessore; e che i numeri con cui governa sono dovuti alle storture di una legge elettorale definita incostituzionale dalla Consulta, potendo contare solo sul 25% dei consensi tra gli elettori. Ciononostante, il nostro Governo agisce senza timore nel mettere mano a temi delicatissimi come il mondo del lavoro e della scuola, alla Costituzione ed alla stessa legge elettorale. Il tutto, senza sentire mai l’esigenza di consultare il proprio elettorato con consultazioni che siano quanto meno parziali (es. referendum interni allo stesso PD). Se Tsipras cerca di colmare i propri gap con un rilancio sul terreno della democrazia, il Partito Democratico italiano preferisce evitare di scomodare i cittadini, lasciando che si godano le meritate ferie estive.

Renzi, in compenso, si permette il lusso di girare per l’Europa dichiarando che, al posto di Tsipras, non avrebbe indetto alcun referendum (ma va!, verrebbe da esclamare); e dire che il patto sottoscritto con gli elettori, quel programma di Italia Bene comune predisposto con SeL poco prima delle elezioni del 2013, recitava così:

“Se l’austerità e l’equilibrio dei conti pubblici, pur necessari, diventano un dogma e un obiettivo in sé – senza alcuna attenzione per occupazione, investimenti, ricerca e formazione – finiscono per negare se stessi. Adesso c’è bisogno di correggere la rotta, accelerando l’integrazione politica, economica e fiscale, vera condizione di una difesa dell’Euro e di una riorganizzazione del nostro modello sociale. In secondo luogo, bisogna portare a compimento le promesse tradite della moneta unica e integrare la più grande area economica del pianeta in un modello di civiltà che nessun’altra nazione o continente è in grado di elaborare”.

Parole che sembrano ormai dimenticate, considerato l’appiattimento italiano sulle politiche eurocentriche imposte dalla Merkel a suon di comunicati.

Fin quando non si avrà la capacità di assumere un diverso approccio metodologico, più democratico e meno accentratore, nemmeno si comprenderà la necessità di rivedere nel merito posizioni ormai insostenibili di quest’Europa che fagocita i suoi figli prediletti sull’altare della turbofinanza. Aspetti, questi, su cui la povera Grecia, con la dignità che da sempre le è propria, continua ogni giorno a darci sonore lezioni.

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