Con il referendum di domenica scorsa sulle trivelle è cominciata ufficialmente una stagione cruciale per la politica italiana; una stagione che per molti versi si reggerà sullo schema “uno-contro-tutti”, in cui l'”uno”, per sua stessa scelta, sarà Matteo Renzi. Il Presidente del Consiglio ha scelto la strada della personalizzazione dei confronti a venire: una strategia che buon pro gli ha fatto sul referendum contro il prolungamento automatico delle licenze per le trivelle petrolifere, giocato interamente sul frame mediatico “con Renzi o contro di lui”; un successo, per la verità, favorito dal dato ormai strutturale dell’astensione, pressoché costantemente sotto il sessanta percento; tanto che, tra le varie sfide alle porte, questo poteva considerarsi un semplice antipasto.

Si comincia con le amministrative di giugno: un appuntamento carico di tensione, in cui l’elettorato storicamente vicino al Partito Democratico rischia per la prima volta di abbandonare il partito al governo, anche per punirne il comportamento a dir poco sfrontato avuto nel corso della tornata di domenica, tra “ciaoni” e sfottò vari a coloro che andavano alle urne (un elettorato, questo, coincidente grosso modo con quello a metà tra movimento e PD, attualmente alla ricerca di una collocazione stabile). Così, dai sondaggi di Porta a Porta appare evidente la difficoltà del partito di Renzi nelle grandi città: da Roma, dove il moltiplicarsi di candidati non sembra giovare a Giachetti (e favorita resta, nonostante tutto, la Raggi ed il Movimento) a Milano, dove Sala pareggia con Parisi secondo tutti i sondaggi svolti finora. A Napoli l’unico in grado di impensierire De Magistris pare essere Lettieri, e l’invisibilità mediatica della candidata Valente ha spinto lo stesso premier a recarsi in più occasioni nella città partenopea, sperando di personalizzare anche questo scontro. A Torino, invece, Fassino appare in lieve vantaggio e il capoluogo piemontese rischia di essere l’unica vera roccaforte piddina.

Anche qui, tuttavia, non assisteremo a scossoni in grado di far crollare il governo (a meno di tracolli generalizzati); per quelli, bisognerà attendere ottobre, quando si terrà il vero “Renzi contro tutti” – probabilmente, anche contro la minoranza del suo stesso partito. Non è un mistero (anzi, il primo ministro lo va ripetendo ad ogni occasione utile) che la riforma Boschi sia il vero punto nevralgico della legislatura, assieme al referendum confermativo che la seguirà. Una vittoria aprirebbe la strada a probabili elezioni anticipate, che si terrebbero con il famigerato Italicum; mentre una sconfitta spianerebbe la via ad un futuro molto più incerto; in teoria, sappiamo solo che Renzi ha promesso dimissioni immediate, senza specificare cosa seguirebbe: nuove elezioni? un congresso che funga da resa dei conti? o semplicemente un Renzi-bis per traghettare la legislatura fino alla sua naturale conclusione? Difficile immaginare da adesso questi scenari: probabile, però, che il premier abbia già qualche carta in serbo; è il primo, infatti, ad essere consapevole della difficoltà di tale appuntamento, in cui (a differenza di quanto accaduto con le trivelle) non potrà fare gioco sull’astensionismo (non essendo previsto alcun quorum).

Un “Renzi contro tutti”, insomma, in cui a scomparire probabilmente saranno i temi e le contraddizioni di questo governo, vista la totale incapacità del movimento di uscire dalla personalizzazione dello scontro imposta da Palazzo Chigi e dall’inesistenza di ogni opzione “a sinistra” del partito al governo. Insomma, per restare nell’ambito delle metafore calcistiche tanto amate dal primo ministro, si gioca in casa renziana e lui è già avanti 1 a 0. Agli altri il compito di rimontare.

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