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“La speculazione edilizia” è un racconto lungo (o romanzo breve) che Italo Calvino scrisse intorno alla metà degli anni ’50 e che, nelle intenzioni originarie dell’autore, avrebbe dovuto formare, insieme ad altri due racconti, un trittico che raccontasse la reazione dell’intellettuale all’ Italia nuova del boom economico.

Calvino, però, non concluse mai la trilogia e, dopo la pubblicazione nella rivista letteraria “Botteghe oscure” nel 1957, il racconto uscì in volume, in versione integrale, nel 1963.

Il romanzo racconta la storia di Quinto Anfossi, intellettuale ligure trasferitosi in una grande città del nord, che profondamente deluso nei suoi ideali sociali, politici e culturali,  decide di cedere allo spirito dei tempi e intraprendere nel proprio paese d’origine un’avventura edilizia con un imprenditore di cattiva fama, Caisotti.

In una riviera ligure cambiata e mutilata da una corsa alla cementificazione che non risparmia neanche le suore, e che è sempre più villaggio vacanze per stranieri e milanesi, Caisotti, rozzo uomo di montagna diventato arrembante imprenditore edile in perenne equilibrio sul filo che separa il lecito dell’illecito, pare essere l’uomo nuovo. Quinto, quasi affascinato da questa inedita manifestazione antropologica, si mette in affari con lui, lanciandosi con entusiasmo e incoscienza  in una speculazione edilizia.  Ne resterà, però, profondamente deluso, trovandosi invischiato in una deprimente situazione al limite del kafkiano dal quale uscirà totalmente sconfitto.

Il tema del fallimento non è ricorrente nell’opera  dello scrittore sanremese e l’intero libro è impregnato di un’insolita amarezza. Questo perché l’ intenzione dichiarata dell’autore è quella di <<rendere il senso di un’epoca di bassa marea morale>>. La guerra è finita, la ricostruzione pure. E’ un momento di splendore economico, dell’avvento dell’italiano che va in villeggiatura, dei primi vagiti del consumismo e, soprattutto, della nascita di un nuovo individualismo. Lo spirito comunitario e solidaristico ,che gli italiani avevano sviluppato negli anni difficili della guerra di liberazione e del dopoguerra, pare essere svanito. Nel libro se ne ritrova una traccia solo alla fine, nelle parole dell’ex partigiano Masera, che paiono una malferma scialuppa di salvataggio in balia di un mare torbido e in tempesta.  

Quinto, a sua volta ex-partigiano, si ritrova in questa nuova epoca assolutamente smarrito, ma a differenza degli altri intellettuali della sua generazione, che affrontano il nuovo corso chiudendosi nelle proprie torri d’avorio a parlarsi addosso, decide di  <<passare all’offensiva>>, prendendone attivamente parte.

Sarà però uno snaturamento da cui non ricaverà alcun frutto, né in termini economici né  esistenziali. Amarissima, infatti, l’epifania che lo investe quando scopre che anche Caisotti era stato partigiano: << Bella curva aveva fatto la società italiana! Esclamava fra sé. Due partigiani , un paesano e uno studente, due che s’erano ribellati insieme con l’idea che l’Italia fosse tutta da rifare; e adesso eccoli lì, cosa sono diventati, due che accettano il mondo com’è, che tirano ai quattrini, e senza più nemmeno le virtù della borghesia di una volta(…)>>

Calvino dichiarò che “La speculazione edilizia” è la storia in cui sentiva <<d’aver detto più cose>> e in effetti, in questo libro di poco più di 100 pagine, lo “scoiattolo della penna”- come lo aveva ribattezzato Pavese-  prendendo a pretesto la storia della costruzione di una palazzina, ci offre uno spaccato a tutto tondo dell’Italia degli anni ’50.

Dal punto di vista strettamente letterario, c’è del miracoloso in un’operazione di tale sintesi ed esattezza; con il bonus di una prosa, al consueto, straordinariamente elegante.     

Quasi spaventosa è, invece, la constatazione dell’assoluta attualità del ritratto del decadimento morale del nostro paese, offertoci da Calvino:  nulla sembra essere cambiato da allora… se non per peggiorare ancora. 

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