Troppo facile, o forse troppo presuntuoso, com’è ovvio, condannare senza ambiguità gli omicidi avvenuti in Francia come un attacco alla sostanza stessa delle nostre libertà, e farlo senza riserve nascoste.

Questo pathos di solidarietà universale non è abbastanza. Dobbiamo, invece, avere tutti noi il coraggio di pensare più a fondo.

Non abbiamo bisogno di demonizzare i terroristi trasformandoli in fanatici eroi suicidi, ma di sfatare questo mito demoniaco. Molto tempo fa, Friedrich Nietzsche comprese che la cultura occidentale stava andando verso l’Ultimo Uomo, una creatura apatica senza grandi passioni o impegni. Incapace di sognare e stanco della vita, l’Ultimo Uomo non prende rischi; cerca solo comfort e sicurezza, tolleranza verso gli altri: «Un piccolo veleno di tanto in tanto: è quello che ci vuole per fare sogni piacevoli. E più veleno alla fine, per una morte piacevole. Hanno i loro piccoli piaceri diurni e i loro piccoli piaceri notturni, ma hanno riguardo per la propria salute. ‘Abbiamo scoperto la felicità’ – dicono gli Ultimi Uomini, e strizzano l’occhio». Può in effetti sembrare che lo iato tra il Primo Mondo permissivo e la reazione fondamentalista corra sempre di più lungo la linea divisoria fra chi conduce una vita lunga, soddisfacente e piena di ricchezza materiale e culturale, e chi invece dedica la propria esistenza a una Causa trascendente. Noi in Occidente siamo gli Ultimi Uomini nietzschiani, immersi in stupidi piaceri quotidiani, mentre i musulmani radicali sembra siano pronti a rischiare tutto, impegnati nella lotta fino all’autodistruzione.

Ciò di cui sono privi i terroristi fondamentalisti è un tratto che si ritrova facilmente in tutti i fondamentalisti veri, dai buddisti tibetani agli Amish americani: l’assenza di risentimento e invidia, la profonda indifferenza verso lo stile di vita dei non-credenti. Se i cosiddetti fondamentalisti di oggi davvero credessero di aver trovato la loro via per la Verità, perché dovrebbero sentirsi minacciati dai non-credenti, perché dovrebbero invidiarli? Quando un buddista incontra un edonista occidentale si limita a notare con benevolenza che la ricerca di felicità dell’edonista si sconfigge da sola. A differenza dei veri fondamentalisti, questi terroristi, che si presentano al mondo come i veri fondamentalisti, sono profondamente turbati, intrigati, affascinati dalla vita peccaminosa dei non-credenti. È facile intuire che, combattendo l’altro peccaminoso, combattano in realtà la loro stessa tentazione.

Quanto deve essere fragile la fede di un musulmano se si sente minacciata da una stupida caricatura in un settimanale di satira? Il terrore fondamentalista non si fonda sul desiderio di salvaguardare l’identità religiosa e culturale dall’assalto della civiltà consumistica globale. Il problema dei fondamentalisti non è che noi li consideriamo inferiori, ma che loro stessi si sentono segretamente tali. Ecco perché le nostre rassicurazioni condiscendenti e politicamente corrette li rendono solo più furiosi, e nutrono il loro risentimento. Il problema non è la differenza culturale, ma praticamente l’opposto: i fondamentalisti sono già come noi; segretamente hanno già assimilato i nostri modelli, alla luce dei quali misurano sé stessi.

Non sono assolutamente d’accordo quando affermano che il fondamentalismo religioso sia una piaga per l’umanità. Papa Francesco lo ha definito “Rifiuto di Dio”, ed ha auspicato una risposta unanime alle violenze dell’ISIS. Credo che il fondamentalismo sia un segnale ben più grande e profondo. Soprattutto, credo che sia la risposta a una mancanza, il risentimento di fronte a un vuoto politico.

Qualche giorno fa, in America, un tizio ha ucciso 3 persone e ne ha prese in ostaggio 150 in una clinica. Per protestare contro l’aborto e rivendicare il diritto del liquido seminale. Un solo uomo, in un’autunnale mattina americana, stava per fare gli stessi morti degli attentati in Francia. Fa parte di un gruppo violento chiamato Ku Klux Klan. Dopo un’antica partenza anticattolica (l’origine è protestante) oggi è un movimento bianco americano che dice di ispirarsi al cristianesimo e si oppone ai rapporti interrazziali, all’integrazione razziale, all’omosessualità e all’aborto. Come vogliamo definirlo, fondamentalismo cristiano? E come reagirà questa volta il Papa, sempre se ci sarà una reazione da parte sua?

Le recenti vicissitudini del fondamentalismo islamico confermano la vecchia intuizione di Benjamin per cui «ogni ascesa del fascismo reca testimonianza di una rivoluzione fallita»: l’ascesa del fascismo rappresenta il fallimento della sinistra, ma al tempo stesso è la prova che c’era un potenziale rivoluzionario, il malcontento, che la sinistra non è stata capace di mobilitare. La stessa cosa vale per il cosiddetto ‘fascismo islamico’ di oggi? L’ascesa dell’islamismo radicale non è il correlativo esatto della scomparsa della sinistra laica nei paesi musulmani? Quando, nella primavera del 2009, i Talebani conquistarono la valle dello Swat in Pakistan, il «New York Times» scrisse che avevano organizzato «una rivolta di classe che sfrutta divisioni profonde fra un piccolo gruppo di latifondisti ricchi e i loro affittuari senza terra».

Che dire dei valori fondamentali del liberalismo: la libertà, l’uguaglianza, eccetera? Il paradosso è che il liberalismo stesso non è abbastanza forte per proteggerli dall’attacco fondamentalista. Il fondamentalismo è una reazione (una reazione falsa, mistificante) a un difetto vero del liberalismo, e per questo viene generato di continuo dal liberalismo.

Pensare in risposta agli assassinii di Parigi significa accettare che il conflitto fra il permissivismo liberale e il fondamentalismo è, in ultima analisi, un falso conflitto. Ciò che Max Horkheimer disse del fascismo e del capitalismo negli anni Trenta (“quelli che non vogliono parlare in modo critico del capitalismo dovrebbero tacere anche sul fascismo”) dovrebbe essere applicato anche al fondamentalismo di oggi: quelli che non vogliono parlare in modo critico della democrazia liberale dovrebbero tacere anche sul fondamentalismo religioso.

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