Su questo Referendum si è detto di tutto e di più, e questo può anche essere visto come un successo, perché ha suscitato un meccanismo di informazione e contro-informazione, e della loro ricerca, che ha certamente aumentato il livello di consapevolezza generale su certe tematiche.

Un meccanismo però spesso inquinato da logiche da “tifoseria” o, viceversa, da logiche tipiche di coloro che amano distinguersi “ad ogni costo” (tendendo, spesso, anche a farlo notare), che hanno finito per delegittimare, agli occhi di molti, la validità/utilità del quesito referendario. “Non è vero che si parla di trivelle”, “le rinnovabili non c’entrano niente”, “il referendum tocca aspetti marginali”, “c’è talmente tanta confusione che resto in dubbio e forse non andrò a votare”, “l’una e l’altra parte usano argomenti scorretti”, eccetera. Allora facciamo un po’ di chiarezza: di cosa parla esattamente il quesito referendario? Le conseguenze del suo successo o del suo fallimento sono rilevanti?

Innanzitutto, il quesito referendario. Sostanzialmente, questa domenica gli italiani sono invitati a decidere se ripristinare (o meno) un limite alla durata delle concessioni che lo Stato ha già rilasciato (nuove concessioni non sono più possibili) alle aziende per lo sfruttamento dei propri giacimenti sottomarini entro le 12 miglia dalla linea di costa; se il referendum fallisce, non ci sarà alcun limite e le aziende potranno estrarre fino all’esaurimento del petrolio o del gas nel giacimento.

Messa così, sembra una questione irrisoria, o comunque non tanto rilevante da far correre quei rischi (ricadute occupazionali, aumento della dipendenza dall’estero) che propaganda il fronte del NO/astensione, soprattutto nel momento in cui le ragioni del SI spesso sfociano in questioni (come lo stimolo alle rinnovabili) che non sono automaticamente legate al referendum e che quindi, nel clima generale di sfiducia nei confronti del sistema politico, non vengono ritenute concretizzabili. In realtà, se scartiamo tutte le questioni (incluse quelle del fronte del NO) che non dipendono automaticamente dal quesito, resta comunque una questione molto importante, che è legata alla normativa generale del settore delle estrazioni, in particolare ai meccanismi delle royalties e delle franchigie.

La royalty è, detto in parole povere, una sorta di “affitto”, che le aziende estrattrici devono pagare allo Stato per avere il diritto di sfruttare i giacimenti e venderne il petrolio e il gas ricavato. Quelle applicate dallo Stato Italiano sono molto basse, ma comunque garantiscono circa 300 milioni di euro di entrate all’anno. La franchigia, invece, è la soglia annuale sotto la quale le aziende non sono tenute a pagare le royalties. Si tratta, rispettivamente, di 50.000 tonnellate/anno di petrolio e 80.000 m3/anno di gas. Questo contesto fiscale resterà in vigore a prescindere dal risultato del referendum, ma ha un impatto notevole sulle conseguenze dello stesso: è lecito ritenere, infatti, che, in caso di fallimento del referendum, si arriverà al rallentamento delle attività estrattive.

Perché? Il motivo è semplice: se le aziende non avranno più la “spada di Damocle” della scadenza del proprio “contratto di affitto” (cioè la concessione) potranno, rallentando le proprie attività estrattive, mantenersi costantemente sotto la soglia di franchigia, fino a quando il giacimento non sarà esaurito, al fine di non pagare più nemmeno un euro di royalties. Questo rallentamento dell’attività estrattiva avrebbe molte conseguenze, oltre alla beffa di lasciar sfruttare le nostre risorse gratuitamente:

  • la persistenza per ancora molti più decenni delle piattaforme estrattive e del loro impatto paesaggistico e ambientale (i dati ISPRA, del Ministero dell’Ambiente, confermano che in 2 casi su 3 l’area intorno alle piattaforme ha livelli di metalli pesanti e idrocarburi superiori alla norma), nonché del rischio di incidenti importanti (rischio basso, ma i recenti casi tunisino e francese sono lì a testimoniarne l’esistenza); tra l’altro, anche lo spostamento in là, di molti decenni, della necessità di smantellare le piattaforme (e quindi di affrontare i relativi costi) è un vantaggio per le aziende;
  • la necessità di rimpiazzare il gas e il petrolio mancanti (per via della rallentata estrazione) attraverso l’importazione dall’estero (almeno seguendo la logica delle accuse fatte finora dal fronte del NO, ovvero che se rinunciassimo alle trivellazioni dovremmo ricorrere all’importazione e non, come sostiene il fronte del SI’, all’efficienza energetica e alle rinnovabili) e il relativo maggior traffico di petroliere e minore indipendenza energetica e diplomatica. Tra l’altro, tale necessità si avrebbe fin da subito e non a scadenza delle concessioni, come in caso di vittoria del SI’;
  • le probabili ricadute occupazionali, per il settore estrattivo e il suo indotto, che sono logicamente prevedibili in qualsiasi caso di rallentamento di un’attività industriale. Tra l’altro, anche in questo caso, il rischio si avrebbe fin da subito e non a scadenza delle concessioni.

Paradossale, dunque, che proprio i rischi maggiormente paventati dal fronte del NO (e che hanno fatto presa su parte dell’opinione pubblica, al punto di indurre molti a cambiare idea o a restare perplessi e quindi più inclini all’astensione) sono, in realtà, più presenti in caso di fallimento del referendum. E questo attenendoci strettamente alle dirette conseguenze del quesito referendario. È chiaro poi, che per i significati di cui è stato caricato il referendum, un suo successo sarebbe un segnale importante, per il Governo, a sostegno di una maggiore attenzione alle energie rinnovabili e alla tutela del mare e del patrimonio naturalistico (e della sua rilevanza economica oltre che sociale). Ma questo, come noto, non è diretta conseguenza del referendum, ma starà solo all’interpretazione che i governanti faranno della “volontà popolare” e della loro voglia di assecondarla o respingerla.

Di sicuro, però, andando a votare e facendo vincere il SI’ al Referendum del 17 Aprile si fermerebbe un bell’affare, che sarebbe fatto da pochi imprenditori ai danni delle casse statali, dell’ecosistema, dell’indipendenza energetica, dell’occupazione. Se l’entità dei danni vi par poca cosa, o tanta, a voi il giudizio. Ma, dato che il referendum si terrà a prescindere dal voto di ognuno di noi, tanto vale sfruttare l’occasione e provare a fermare i danni, piccoli o grandi che riteniate che siano. Sono davvero meno importanti dei 15 minuti che impieghereste per andare a votare? Vale davvero la pena assecondare chi, con l’invito all’astensione, guarda con fastidio alla capacità democratica del nostro Paese?

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