Le elezioni delle grandi rinunce?

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Aveva cominciato Alessandro di Battista, con un annuncio a mezza voce confermato solo successivamente alla base tramite Facebook: “Voglio stare vicino al mio primo figlio”, la motivazione. Ha proseguito Angelino Alfano, proclamandosi fuori dai giochi per le prossime elezioni – e per gli eventuali governi che ne deriverebbero. Ha chiuso il cerchio Giuliano Pisapia, che dopo essersi fatto notare per l’estremo attivismo nel tentare di trovare una quadra tra il mondo della “sinistra espansa” ed il PD, ha annunciato di ritirarsi dalla partita (e appendere “Campo Progressista” al chiodo).

Un filo conduttore tra tre situazioni apparentemente del tutto diverse: una leadership più o meno acclarata all’interno della propria compagine, un ripensamento improvviso, infine il ritiro. Un’improvvisa moria delle vacche che potrebbe, tuttavia, nascondere un significato politico più profondo.

E’ possibile, infatti, che nei corridoi di alcuni partiti si cominci a far largo l’ipotesi che questo non sia il tavolo su cui puntare tutte le fiches e che, anzi, nella tornata del prossimo 4 marzo possa verificarsi uno stallo capace di penalizzare tutti gli attori intervenuti in prima persona. Un quadro, in effetti, non dissimile da quello verificatosi in Spagna – dove l’impossibilità di formare un governo ha portato alla necessità di nuove elezioni dopo appena sei mesi dalle prime – e in Germania, che ha visto la stessa Angela Merkel in estrema difficoltà dopo le consultazioni dello scorso settembre.

Non è irreale, allora, immaginare che alcuni di questi importanti interpreti dello scenario politico abbiano immaginato di sottrarsi alla tenzone calcolando, più o meno concordemente, una ritirata strategica che potrebbe aiutare a restare indenni dalle conseguenze (potenzialmente molto negative) di un Gentiloni bis, magari solo temporaneo. Le responsabilità di un “hung parliament” (per dirla alla britannica) ricadrebbero infatti interamente su chi, sulle prossime elezioni, ci sta mettendo la faccia: Di Maio e Renzi in primis, chiaramente.

Ecco che, allora, un passo indietro adesso potrebbe nascondere la volontà di uno in avanti subito dopo il prossimo 4 marzo: segno che le prossime elezioni potrebbero non essere le uniche di questo incipiente 2018.

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