22505 10206546106082388 3959442813422692885 nOvunque le donne cercano di difendere i loro diritti, che siano di protesta o di amore, e lei lo sapeva molto bene. Lei sapeva sempre tutto, riluttante ad abbracciarmi ma con un sorriso stampato nel cuore. Allora aveva un ciondolo che si apre a scrigno con dentro la foto di un sogno, proprio lì nell’incavo bianco e liscio tra i suoi seni. Rideva spesso mentre osservava gli animalisti protestare vestiti da clown.

Il mondo è buffo proprio come un animalista con trucco e parrucca che imita un animale sotto gli occhi ingordi e divertiti di quattro canaglie col manganello. Spesso mi sento proprio come un animale da circo, continuamente sotto pressione da un figlio di puttana che mi istiga cosa fare, come mangiare e muovermi, senza capire una sola parola della sua lingua, mentre con gli occhi vitrei fisso la sua frusta.

Silenzio. Il 25 novembre del 1960, nella Repubblica Domenicana, le tre sorelle Miraball vennero trucidate, fatte a fettine, perché si opposero alla dittatura di Trujillo; una leggenda popolare racconta che la più giovane, prima di crepare, urlò così forte che il colpo di fucile che raggiunse Trujillo, ammazzandolo, mentre si dirigeva a San Cristobal assieme al suo autista di fiducia, era in realtà l’eco del suo grido. Era un 25 novembre della Repubblica Domenicana, pensai, al massimo qua te la cavi con un reclamo su Internet o una foto profilo su Facebook. Intanto tra noi due c’era ancora il silenzio, e io ne approfittai per osservarla attentamente. Aveva il capo chino, il viso coperto dalla chioma lunga e nera dei capelli, ma era bella lo stesso, tantissimo. Triste, felice, non faceva alcuna differenza. Sia nel sorriso che nel pianto, mi spaccava il cuore comunque. Ma lei non lo sapeva, e forse non volevo che lo sapesse.

C’è stato un periodo, non breve, in cui la televisione non ha fatto altro che informarci di stupri, ovviamente mi riferisco a uomini che stuprano donne. Quattro giovani che scelgono di giocare con un videogioco mentre il loro amico stupra una quindicenne; una donna stuprata nel sagrato di una chiesa; un uomo che stupra la sua ex e la rinchiude nella cantina; un padre che stupra sua figlia minacciandola di morte con un coltello. Videogame o esercizio alla violenza, chiesa o esercizio alla repressione, disistima o esercizio al disprezzo di sé stessi, famiglia o esercizio all’essere disciplinato, sono alcuni dei punti nevralgici di una società infame. Intanto la lasciai parlare.

Dovrebbero ricordare il 25 novembre ogni sacrosanto giorno queste fottute donne. Il loro qualunquismo le rende davvero brutte, come i politici. La loro indifferenza, la vanità, l’inconsapevole desiderio di immortalità le rendono disumane. Sai, alcune detenute di un carcere a El Salvador hanno dipinto un murale per denunciare gli stupri in carcere. L’ho letto da poco. Donne in gabbia che per difendersi disegnano. Tu te ne resti tutto stravaccato, non fai altro che lamentarti e stai lì col cazzo duro mentre quelle hanno comprato sé stesse e una fetta di libertà con un pennello e una parete! Ecco che intendevo chiusa in gabbia, come un animale da circo. Una di quelle non può alzare un dito che le spezzano un braccio. Io non sono una di loro, è vero, ma sono certa che a quest’ora vorrebbero stare con me, andare in giro per le strade di questo posto. Senza fare chissà cosa. Una chiacchierata, guardare il tramonto e starcene in disparte fino all’alba.

Amavo sentirla così, mentre parlava da sola.

Ognuno porta un’intera Avenue alberata nel cuore, affollata da cabarettisti ridenti e bambini sognatori, e la rugiada del fogliame che filtra un sole pazzo di gioia, perché la troppa felicità possa non farci del male.

A volte mi sembra di sentirli piangere i miei pagliacci. 

 

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Giovanni Tuberosa è il Direttore Responsabile di Social, ingegnere elettronico, Consigliere Comunale e maker nell’animo. Gestisce il Fablab Olivetti di Succivo, un progetto sperimentale auto sostenibile per rilanciare la cultura, il lavoro e le eccellenze del Made in Italy, soprattutto intellettuali. Si definisce un lavoratore, un innovatore e crede fortemente nella filosofia olivettiana del lavoro e della società.

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