“Le uova fatali” di Michail Bulgakov, ovvero quando la fantascienza incontra la satira

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“Le uova fatali” di Michail Bulgakov è un romanzo breve datato ottobre 1924. L’opera  si inserisce  agli albori della produzione fantascientifica dello scrittore russo, di cui farà parte il successivo, e forse più noto, “Cuore di cane”.

Quello fantastico-scientifico, é un filone letterario estremamente popolare all’epoca, al quale Bulgakov mescola quella veemente satira verso il regime sovietico che, più avanti, gli costerà censure e persecuzioni.

La storia è quella di un eccentrico e misogino zoologo, Persikov, che, lavorando al microscopio, scopre per caso l’esistenza di un misterioso raggio rosso in grado di far proliferare in modo stupefacente le cellule degli organismi viventi, dando vita in tempi brevissimi ad esseri nuovi ed incredibilmente voraci. La notizia si diffonde velocemente e il “raggio della vita”, come viene ribattezzato dai giornalisti, accende i riflettori su un reticente e contrariato Persikov. Intanto una straordinaria moria di polli affligge il paese ed un oscuro burocrate di nome Rokk (la parola “rok”, che in russo si pronuncia allo stesso modo, vuol dire “destino”) riesce ad ottenere, nonostante l’opposizione di Persikov, l’autorizzazione ad utilizzare il raggio, non ancora pienamente sperimentato, su delle uova di gallina importate dall’estero, per ripristinare in tempi brevi la pollicoltura sovietica. Non sa, però, che un terribile errore è stato commesso: quelle che gli sono arrivate non sono uova di gallina, ma di rettili ed il raggio rosso avrà su di loro conseguenze terrificanti.

La storia raccontata da Bulgakov è un vero e proprio apologo sulle tragedie che il progresso scientifico può scatenare in una società fondamentalmente arretrata. Il raggio rosso è una scoperta dalle potenzialità portentose, ma  nelle mani di burocrati incompetenti e frettolosi, finisce col causare un’immane tragedia.

É qui, nelle pieghe del racconto fantastico, che si inserisce la critica politica e sociale di Bulgakov, espressa sia nei registri della comicità che alla fine del racconto, in quelli del dramma. Bulgavok attacca una Russia in piena crisi degli alloggi, ingabbiata in una burocrazia grottesca e stupida e sempre più affollata da incompetenti  arrampicatori sociali. Per dare maggiore efficacia alla propria satira, l’autore sposta, però, il racconto in un futuro prossimo. La storia è , infatti, ambientata nel 1928, che Bulgakov descrive come un anno di ripresa economica, dopo i patimenti del ’24 (anno in cui, invece, scrive il libro). L’autore de “Il maestro e Margherita” dipinge una Mosca piena di vita e fermento, attraversata da macchine che sfrecciano veloci ed illuminata dai mille scintillii delle insegne, dei teatri, delle sale da ballo,delle pubblicità e dei lampioni. All’elegante, frenetica e rilucente capitale sovietica, Bulgakov contrappone con piglio registico, le descrizioni delle polverose cittadine di provincia  e delle bucoliche zone rurali, in cui la vita si trascina ancora fra superstizioni popolari di ogni sorta. Così, mentre a Mosca si mettono in scena piece teatrali e spettacoli di cabaret sul divieto di mangiare uova di gallina, nei paesini di campagna la moria di polli fa invocare l’intervento miracoloso della chiesa.

Il dramma pende, però, sulle teste di tutti i cittadini russi e si consumerà in un’apoteosi di follia.

Alla fine, emblematicamente, l’ottusità, l’ignoranza e l’incompetenza  finiranno con lo schiacciare il genio rappresentato da Persikov, personaggio sì macchiettistico, col suo dito ad uncino costantemente puntato contro i propri interlocutori, ma eccellente nel suo campo e dotato di razionalità e buon senso; tutto ciò che sembra mancare ad una società che costringe una vedova a mettere su, con la sua domestica e una nipote sorda, un Collettivo di Pollicoltura per poter allevare galline nell’aia davanti casa.

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