11227315 10206328869691614 1737017721 oLa parola.  Il potere.  Il proprio tempo.

Tutta la civiltà antica è stata fondata sull’uso della parola, lasciandoci un corpus imponente di pratiche e teorie oratorie. La riflessione sul linguaggio è, al contempo, riflessione sulla forza politica, e quindi sul potere della parola. I Dialoghi platonici ne sono la più mirabile e lungimirante testimonianza: léghein tà déonta, dire le cose opportune, è essenzialmente un’attività politica. Da questa semplice nozione il nesso tra parola e potere, su cui si è espresso un antico storico greco, Diodoro Siculo (proveniente, appunto, dalla Sicilia), secondo cui le parole, logicamente ordinate e organizzate, sono ciò che distingue una civiltà dalle barbarie, ma soprattutto strumenti che consentono al singolo di prevalere sui molti. Come potete notare, nella Grecia antica è fattore socialmente positivo che un solo individuo prevalga sulla moltitudine. Essendo la Verità unica, i molti non sono di per sé portatori della verità, e in quanto molti non hanno alcuna ragione di essere nel vero.

Ciò che Diodoro non ci ha lasciato è il come un singolo cittadino si imponga verso il resto della comunità. Sembra che l’autore lasci sottendere che la forza del discorso è una questione di tecnica, ma visto che nella dimensione circoscritta dalla forza della parola subentra sempre l’elemento altero dell’autorità, che separa oggettivamente chi parla da chi ascolta, la possibilità che i non istruiti alla parola vengano soggiogati è altissima. Nella civiltà antica, infatti, il dislivello dei processi di alfabetizzazione era considerevolmente alto tra i ceti alti e quelli medio-bassi, e la demagogia era sistematicamente uno strumento politico. Non è un caso che molta storiografia antica abbia focalizzato l’attenzione principalmente su come parlavano i grandi politici, dall’oratoria “asoldato” di Cesare a quella avvolgente di Cicerone.

Chi non aveva risorse oratorie doveva comprarsele. Filippo II di Macedonia, ad esempio, comprava bravi retori greci, i quali andavano in giro per preparare il terreno all’azione politica o militare del loro sovrano. Eschine, ateniese ma saldamente schierato con i Macedoni, racconta che Filippo rappresentava per Demostene, uno dei più grandi oratori ateniesi, un vero incubo e che balbettasse quando parlava al suo cospetto. Demostene sapeva benissimo che l’oratoria non bastava, che senza la forza di un esercito non si andava da nessuna parte, e aveva cercato di creare una coalizione antimacedone stipulando un’inedita alleanza con Tebe, ma perse tutto sul campo di battaglia. Un suo “compagno di partito” fece incidere su una tavoletta, ai piedi di una statua eretta in suo onore, le seguenti parole rivenuteci dalle pagine dello Pseudo – Plutarco: Demostene, se tu avessi avuto forza pari alla preparazione intellettuale, mai l’Ares macedone sarebbe riuscito a sottomettere i Greci.

L’arma della retorica che Demostene aveva saputo brandire così bene come statista, e che gli aveva permesso di conquistare l’egemonia politica in Atene e fondare da diplomatico una coalizione senza precedenti, risultava non autosufficiente. Più di ogni altro sapeva che l’elemento che avrebbe deciso la partita a scacchi tra la Macedonia e l’Impero Persiano era la moderna tecnica bellica, in quel caso le falangi. Lo sapeva benissimo. Lo testimonia una parte del suo discorso più famoso, la Terza Filippica, in cui troviamo una sintesi della storia dello sviluppo della tecnica militare.   

Per questo ed altri motivi, nel cerchio ristretto della polis non bastava essere dei maestri della parola. Fattori determinanti erano l’appartenenza a un ceto forte, e a un gruppo politico capace di condizionare l’assemblea decisionale. Soprattutto, l’affermazione all’interno del proprio gruppo politico. Pericle ne è il paradigma. Plutarco, il massimo biografo dell’antichità, ci parla di Pericle come un leader indiscusso che si presentava di rado in assemblea, di modo che la forza di quelle apparizioni risultasse ancora più forte e allucinante. Tucidide, invece, insisteva sul Pericle educatore, capace di dominare l’assemblea senza alcuna demagogia.

In realtà Tucidide non sorvola mai sull’origine del potere conseguito da Pericle. Secondo il grande storico, da un lato Pericle poteva contare sul prestigio sociale, ovvero sulla forza del gruppo familiare di appartenenza, oltre alla notevole capacità oratoria e preparazione intellettuale; dall’altro, c’era il suo essere “palesemente incorruttibile”. Palesemente perché noto a tutti. Al di là del tono apologetico, Tucidide intendeva lasciare ai posteri l’immagine di un Pericle libero da ogni condizionamento, che parlava controcorrente, che guidava piuttosto che farsi trascinare. Feste e lavori pubblici erano i suoi grandi strumenti di consenso: salario aumentato per i lavori estenuanti e duraturi, e cibo gratis e più ricco del solito per chi partecipava alle sue feste.

Detto in termini moderni, Pericle il proprio consenso non lo “comprava”, ma lo aveva ottenuto con strumenti miranti a un’utilità sociale. È su questa “base” che Pericle ha costruito un duraturo predominio politico, e una sua regolare elezione ripetutasi con incredibile continuità.

Demostene, un secolo dopo, pur portando avanti il modello pedagogico dell’oratoria di Pericle, comprese che la corruzione si era armata e dilagata ovunque, e non andava portata nei tribunali. “Se uno ammette senza mezzi termini di rubare, il popolo ride compiaciuto” sentenzia lo statista in uno dei passi più celebri della Terza Filippica. Il politico corrotto, ricco, e perciò potente, suscita ammirazione e desiderio di imitarlo, di fare come lui. Magari di essere un giorno come lui.

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