“Le mura continuano a crollare nella città che amiamo”, così cantavano i Bastille appena qualche anno fa nella canzone Pompeii, riferendosi alla celebre eruzione del 79 d.C. che seppellì la città in una coltre di ceneri, lasciandola nell’oscurità della terra per 1800 anni. Purtroppo, queste parole oggi risultano essere più attuali di quanto dovrebbero, in quanto la città storica che attrae migliaia di turisti ogni anno è tornata a cedere. Proprio un paio di settimane fa sono iniziati i lavori per il restauro della Schola Armatorum, crollata nel 2010, e con il maggior numero di controlli all’area più pericolante, che nel 2015 è stata più volte soggetta a cedimenti a causa della sua collocazione su un costone roccioso e alle frequenti precipitazioni, sembrava finalmente che la città potesse tornare a risplendere della sua bellezza millenaria, ma un tonfo ci ha fatto ripiombare nell’incubo in cui la città si trova da ormai 6 anni e dal quale non accenna a svegliarsi.

Il crollo è avvenuto la mattina del 23 Gennaio. Poco prima che il sito venisse aperto al pubblico, un frammento di roccia lavica si è staccato dalla base di una colonna a Porta Marina. Niente di grave, insomma, per quanto ora ci sia il timore che quella colonna, alta 3 metri, possa crollare da un momento all’altro, ma ciò solleva dei dubbi che è giusto affrontare. Questo crollo è avvenuto in un momento particolare, essendo a Febbraio il quarto anniversario del Grande Progetto Pompei, portato avanti dal Ministro dei Beni Culturali Franceschini e promosso dall’Unione Europea.

Il progetto prevede uno stanziamento da parte del Governo italiano di 105 milioni di euro per la restaurazione e la messa in sicurezza delle parti più a rischio della città. Una somma da trattare con i guanti (considerando che in questi 6 anni ci sono stati oltre 30 crolli) ma che, tutto sommato, sta dando i suoi frutti e lo dimostra la riapertura avvenuta ad Agosto dell’anno scorso della Palestra Grande completamente restaurata tramite il progetto. Dall’altra faccia della medaglia, però, dobbiamo ancora assistere a questi crolli, troppe volte causati non dalla semplice natura ma da noi stessi. Perché se da un lato è vero che la città presenta aree fragili, è anche vero che più volte i controlli in siti come questo hanno attirato l’attenzione del mondo per la loro inefficacia. Ed è su questi punti che dovremmo lavorare, perché oltre a curare bisogna anche prevenire. Fin troppe volte ho dovuto sentire in questi anni di vandali che causano crolli a Pompei o imbrattano i muri della Reggia di Caserta. Purtroppo esistono persone che non hanno rispetto né per l’arte né per la storia anche qui in Italia e non solo in Siria e per questo motivo questi siti dovrebbero essere adeguatamente controllati. Come possiamo noi piangere la distruzione della città di Palmira da parte degli estremisti dell’Isis quando noi stessi, chi direttamente e chi indirettamente, stiamo distruggendo uno dei più grandi patrimoni della nostra civiltà? Inoltre, la prevenzione dovrebbe esserci anche attraverso i vari lavori di restauro. La stessa Schola Armatorum, secondo Nicola Augenti, ingegnere che indagò sul suo crollo, non sarebbe crollata se prima di un precedente restauro fossero stati fatti dei controlli adeguati sulla resistenza al carico delle mura. Ed è proprio questo nostro “marchio di fabbrica”, questa nostra incapacità di gestire anche il più semplice dei lavori come la livellazione di un tombino o la costruzione di una strada decente, uniti al precedente della Schola Armatorum, che ha suscitato in me questo forte senso di allarme al crollo di un semplice pezzo di colonna.

Pompei è nelle mani di un progetto che fino ad ora sembra funzionare, ma che non impedisce altri crolli e sta anche a chi la visita salvarla, rispettandola e trattandola con cura, nella speranza che il suggestivo teatro della sfida tra i conti d’Aspromonte e d’Altavilla (celebri personaggi della “Jettatura” di Téophile Gautier) non si trasformi un giorno in un cumulo di macerie.

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