C 4 articolo 2125121 upiImageppÈ stato un anno certamente non noioso quello vissuto dagli appassionati di politica e di elezioni: siamo ancora lontani dai fuochi d’artificio di fine anno (che arriveranno direttamente dalla Spagna) e per il momento l’attesa è tutta concentrata su quanto sta avvenendo in Turchia, dove domenica si terranno le seconde elezioni presidenziali nel breve giro di pochi mesi; un destino, questo, comune alla Grecia, anch’essa tornata alle urne dopo pochissimo tempo dall’ultimo giro di consultazioni.

Protagonista, ancora una volta, della politica turca è Erdogan, eletto presidente l’anno scorso dopo diversi anni da primo ministro; sua la scelta di tornare alle urne e di alzare il tono dello scontro tra il suo partito, quell’AKP che governa dal 2002, e la minoranza curda, rappresentata in Parlamento per la prima volta dall’HDP, partito laico e anticapitalista che paga ancora, dal punto di vista mediatico, il collegamento con i guerriglieri del PKK. La guerra con questi ultimi, interrotta nei tempi recenti, è tornata all’ordine del giorno per una precisa strategia elettorale dello stesso Erdogan, intenzionato a rinfocolare le tensioni con i curdi per marginalizzare l’HDP di Selahattin Demirtas e ridurne il peso elettorale al di sotto del dieci per cento necessario per superare lo sbarramento.

In effetti, lo spartiacque di queste elezioni è di nuovo il risultato di quest’ultimo partito, capace, con la sua presenza, di impedire la formazione di una maggioranza parlamentare definita; se l’HDP dovesse finire sotto il dieci per cento, invece, si aprirebbero le porte alla formazione di un governo di marca AKP a guida Davutoglu, sostanzialmente incaricato di riformare la Costituzione per concedere più poteri al Presidente (quello stesso Erdogan ancora oggi largamente egemone all’interno del proprio partito).

Non si possono escludere le due opzioni, tenuto conto dell’impegno (si fa per dire) profuso da Erdogan nello sparigliare le carte; è proprio di ieri la notizia dell’occupazione di due gruppi televisivi rei di mostrarsi troppo anti-governativi; e in molti hanno visto nella strumentalizzazione dell’attentato che ha ucciso centoventi persone ad Ankara lo scorso mese una riproposizione (in salsa turca) della “strategia della tensione” di italica memoria; un episodio in cui Erdogan, come in molte altre occasioni, ha fatto sponda sullo Stato Islamico, contro il quale la Turchia rappresenta l’ultimo baluardo dell’Occidente.

Una scelta difficile, quella del popolo turco, che peserà sul destino di un’area dallo scomodo ruolo di polveriera, già al centro dell’attenzione mediatica internazionale per la crisi dei migranti e la guerra allo Stato Islamico; difficile fare previsioni, come ha insegnato questo 2015 elettorale pieno di sorprese.

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