Una bambina bresciana di 4 anni è morta di malaria, a causa di un contagio a modalità ancora ignote (e di cure intempestive, soprattutto). Alcuni “politici” e “testate giornalistiche”, se è possibile definirle tali, hanno immediatamente trasformato questo singolo caso di cronaca in una “caccia all’untore” dall’esito piuttosto prevedibile: “Ecco la malaria degli immigrati“, “Dopo la miseria portano le malattie“, sono i titoli usati rispettivamente da “Il Tempo” e “Il Giornale“, notoriamente schierati a destra, e che evidentemente possono fregiarsi di avere nel proprio organico giornalisti esperti in epidemiologia, capaci di risolvere il caso prima dell’Istituto Superiore di Sanità.

Lasciando agli esperti l’analisi del singolo caso, che come tutti i singoli casi non dovrebbero essere al centro di grandi analisi e dibattiti generali (come, invece, puntualmente e disgraziatamente avviene), può essere utile fare un po’ di chiarezza sulla tematica in generale. La circolare del 27/12/2016 del Ministero della Salute, dal titolo “Prevenzione e controllo della malaria in Italia“, rappresenta certamente la fonte più accreditata e aggiornata sul tema. La circolare ci ricorda come la malattia, pur essendo ormai scomparsa in Occidente (tanto che l’OMS ne ha dichiarato ufficialmente l’eradicazione della malattia “autoctona” in Europa nell’Aprile 2016), miete ancora più di 400.000 vittime in tutto il mondo, soprattutto in Africa e Asia. Motivo per cui l’Occidente deve ancora preoccuparsi, perché oltre alla malattia autoctona c’è anche quella di “importazione“: infatti, si legge nella circolare, “nei paesi non endemici la malaria continua ad essere la più importante malattia d’importazione, legata al numero crescente sia di viaggiatori internazionali sia di flussi migratori provenienti da aree endemiche“.

Insomma, è lo stesso Ministero della Salute a ricordare il legame tra immigrazione e alcune malattie, tra cui la malaria primeggia. Ma, se questo non deve essere ignorato da chi difende i migranti, al tempo stesso non autorizza le pericolose campagne pseudo-politiche e pseudo-giornalistiche di cui prima. Semplicemente, non va distorta la realtà, che semplicemente non autorizza la direzione presa dal dibattito pubblico in questi giorni.

Analizziamo bene i dati contenuti nella circolare. Nel periodo 2011-2015 sono stati segnalati (e confermati) poco più di 3.200 casi di malaria in Italia, di cui circa il 20% in cittadini italiani (di cui il 41% in viaggio per lavoro, il 22% per turismo, il 21% per volontariato o missione religiosa) e il restante 80% (di cui l’81% in immigrati regolarmente residenti in Italia e che sono tornati a visitare i parenti nel paese d’origine, mentre solo il 13% sono casi di malaria avvenuti in immigrati al primo ingresso in Italia). Insomma, fatti i dovuti calcoli, i casi di malaria negli immigrati “sui barconi” (circa 500), spinti in Occidente dalla povertà, sono pressoché gli stessi di quelli avvenuti negli italiani che, per turismo o per lavoro, hanno compiuto il percorso inverso (circa 400).

Ma, è bene sottolinearlo, si tratta quasi sempre di malaria che non si è, poi, trasmessa ad altre persone: di questi oltre 3.200 casi, infatti, solo 7 (sette) sono casi “autoctoni”, ovvero persone contagiate in Italia, di cui 2 indotti (ovvero accidentali da mezzi artificiali: es. trasfusioni, ), 3 criptici (modalità di contagio non ancora chiarite), 1 sospetto “da bagaglio” (zanzare intrufolatesi nei bagagli aerei) e 1, solo 1, caso (tra l’altro solo sospetto) di malaria “introdotta” (cioè trasmessa da zanzare che hanno punto un caso d’importazione). Inoltre, solo 4 persone sono morte di malaria, e tutte avevano contratto la malattia in Africa, non sul suolo italiano.

Dati, insomma, che non autorizzano affatto la “caccia all’untore immigrato” e, semmai, dovrebbero far riflettere sull’importanza di aumentare i controlli sanitari sui viaggiatori dai Paesi a rischio (e non solo su chi arriva coi “barconi”). Ma questo non fa vendere giornali e non fa prendere voti, probabilmente.

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