Era il 19 marzo del 1994 quando Don Peppe Diana fu assassinato dalla camorra nella chiesa di San Nicola di Bari, a Casal di Principe. Avrebbe dovuto celebrare la messa, ma cinque colpi di pistola gli tolsero la vita all’età di trentasei anni.

Scrittore, scout, laureato in filosofia, Don Peppe Diana è un prete che esce fuori dal gregge, cammina in un’altra direzione, senza paura. A Casale i tempi si fanno difficili, c’è il boss Francesco Schiavone, detto Sandokan, e la gente vuole essere aiutata, ma non trova lo Stato, trova un presbitero di periferia che si fa istituzione, padre, fratello, amico.
Quando viene ucciso, i giornali lo definiscono un camorrista, un pedofilo, un prete che frequentava prostitute: si getta fango sulla verità e sugli occhi dei cittadini.
Oggi, l’immortalità di cui gode Don Peppe Diana non è fisica o carnale, ma spirituale ed ideologica. Don Peppe faceva il prete, non faceva l’eroe, aveva il coraggio di essere libero, e quando sei libero non c’è catena che ti impedisca di parlare, pensare, agire come meglio credi. Ma qui non puoi alzare la voce e da buon servitore dello Stato devi stare zitto, come fece Gaetano Pecorella che si inginocchiò al cospetto della camorra, anzi, di Nunzio De Falco, mandante dell’omicidio del parroco di Casale e condannato all’ergastolo. Gaetano Pecorella era presidente della commissione di Giustizia della Camera dei Deputati e, in nome della legalità, difese Nunzio De Falco, appartenente al clan dei Casalesi. Condannati all’ergastolo anche Mario Santoro e Francesco Piacenti, coautori dell’omicidio.

Nel Natale del 1991, Don Peppe Diana scrisse un documento intitolato Per amore del mio popolo, diffuso in tutte le chiese di Casale e intrinseco di ribellione:
« Siamo preoccupati.
Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra. Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione”. […]

La Camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana. I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato.

È oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche è caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi. La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc; non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio. Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili.

Il nostro impegno profetico di denuncia non deve e non può venire meno. Dio ci chiama ad essere profeti.
Il Profeta fa da sentinella: vede l’ingiustizia, la denuncia e richiama il progetto originario di Dio (Ezechiele 3,16-18);
Il Profeta ricorda il passato e se ne serve per cogliere nel presente il nuovo (Isaia 43);
Il Profeta invita a vivere e lui stesso vive, la Solidarietà nella sofferenza (Genesi 8,18-23);
Il Profeta indica come prioritaria la via della giustizia (Geremia 22,3 -Isaia 5)
[…]Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa. Alla Chiesa, che non rinunci al suo ruolo “profetico” affinché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili (Lam. 3,17-26)».

A Giuseppe Diana,
che ha saputo essere libero.

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