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Molti mi dicono “Memoria”:
memoria di tempi che non abbiamo vissuto, 
che non possiamo raccontare,
che non possiamo comprendere o ricordare.

Io sono corpo
sono un qui, un dove. 
Io sono la luce fioca della Storia,
l’occhio dell’umanità che
con un dito condanna il mondo.
La mano che tutto stringe,
che morde la vita in un eterno momento
che sa di presente,
la speranza non è che un’attesa.

Sulle sillabe, sulla balbettante sintassi
di chi per commozione non ha voce,
divenni il sangue, la terra e la morte,
il buio dell’estate, il silenzio,
l’ultima alba dei caduti.

Ascoltai, 
e fui la religione di un violento sangue, 
la supplica di madri mai avute, 
la carne sacrificata in guerra
come se fosse giusto, come se nulla fosse,
un ricordo d’amore, dal sapore familiare e dolce.
Martire, vittima, carnefice
di un corpo non mio, di un sangue non mio,
di uomini appisolati tra gli eventi 
come rantoli di una bestia dormiente. 

Fui un po’ e tutto questo,
o non lo fui mai, 
con l’ingenua pretesa di essere
sulle labbra di chi ha vissuto.
Le orecchie odono, gli occhi
osservano atterriti i singulti 
della vecchia storia, rivelatasi carne 
come un Cristo, e mai potrò sapere
di quelle colline dove si è sparso il sangue,
di quanti fuggirono non per paura 
– perché preziosa resti la Vita,
di quanti gettarono l’arma
– perché si ripeta il dono della Vita,
di quanti chinarono il capo e morirono 
non per gloria, gettando il nome
come straccio di sangue imbevuto. 

Tu sei l’amore, e lo sapevi. 
“Solo l’amare, solo il conoscere
conta, non l’aver amato,
non l’aver conosciuto”.
Arrivasti scaltro e te ne andasti 
claudicante, portandoti addosso quelle sere, 
che destinasti a me come una preghiera.
Gli affanni del tempo non ti sorpresero,
o la mia noia, quella di coloro
con labbra da cui tutto esce, 
mentre il cuore muto resta.
La Storia, come vedi, non ha memoria. 

Eccomi lì tra gli altri, 
potenti ma inermi, miseri,
impoveriti dal mito che avanza,
trascinati da un futuro senza esserlo: 
stiamo nella nostra vita come il brusio tra le foglie. 

Cosa racconterai a chi ha coscienza nel cuore,
chi si sente padrone del suo destino e degli eventi,
quando ormai non vi è più destino, quando ormai
non vi sono più eventi, ora che la Storia muore?

Canterai, tremante di gioia, non di colpe, non di passato,
ma, finalmente, del Perdono degli uomini?

Che ogni mia azione sia degna di un ricordo.

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Giovanni Tuberosa è il Direttore Responsabile di Social, ingegnere elettronico, Consigliere Comunale e maker nell’animo. Gestisce il Fablab Olivetti di Succivo, un progetto sperimentale auto sostenibile per rilanciare la cultura, il lavoro e le eccellenze del Made in Italy, soprattutto intellettuali. Si definisce un lavoratore, un innovatore e crede fortemente nella filosofia olivettiana del lavoro e della società.

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