Stefano Rodotà è morto all’età di 84 anni, lasciandoci un po’ più soli e con un unico dubbio: come sarebbe cambiato il paese, se al posto di Giorgio Napolitano, votato dal Parlamento nelle elezioni 2013, fosse stato scelto lui come Presidente della Repubblica?
“Si diceva che i cittadini sono carne da sondaggio, ma è un’espressione vecchia. Ora sono carne da tweet e slide”, affermava il professore, ricordandoci quello che siamo diventati, carne da tweet e slide. Non si leggono i libri, e vige un impoverimento culturale.
Numerose le battaglie in nome dei diritti, come quello a morire dignitosamente di Eluana Englaro: “Perché Beppino Englaro non se l’è portata a casa e l’ha fatta morire come si fa ordinariamente? Perché ha creduto nello Stato”.
Rodotà voleva essere il guardiano del giardino del diritto: “Dobbiamo sempre stare sotto il controllo della Costituzione, se abbandoniamo questo, quale che sia la buona intenzione apriamo un varco dal quale potranno passare le cattive intenzioni. […] Se noi passiamo dal governo della legge al governo degli uomini (e questo non era Stalin, era Platone, per essere chiari), noi distruggiamo il fondamento della democrazia”.
E la Costituzione Rodotà l’ha difesa anche in occasione del referendum del 2016, entrando a far parte del comitato del “no”, definito come la sede del rilancio della politica costituzionale: la riforma, secondo il professore, oltre a presentare delle “sgrammaticature”, ci poneva di fronte al rischio di una deriva autoritaria, di un accentramento di potere e della creazione di “maggioranze aggressive”.
Quando gli chiesero durante un’intervista cosa fosse diventato oggi il Parlamento, Rodotà rispose: “Il Parlamento italiano è un’appendice periferica del sistema politico. Il Parlamento dovrebbe essere il luogo in cui ci si confronta, e ciò è sempre meno vero”, lasciando trapelare una profonda amarezza per il cambiamento subito dalla politica italiana, politica definita come cosa vitale e che non deve obbedire a logiche oligarchiche.
Fu iscritto al Partito Radicale, eletto deputato come indipendente nelle liste del Partito Comunista Italiano, presidente del gruppo parlamentare della Sinistra Indipendente, Presidente del Partito Democratico della Sinistra; numerosi e rilevanti gli incarichi parlamentari assunti, ed infatti fu anche componente della commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia. Nel 2014 ha presieduto la commissione parlamentare “Internet, bill of rights”, portando avanti una battaglia in nome della libertà in rete che deve essere garantita stabilendo delle regole: la “Dichiarazione dei diritti in Internet” è stata adottata il 28 luglio 2015, dopo le sollecitazioni da parte dell’Europa che ha evidenziato l’importanza del rispetto del diritto di accesso alla rete per ogni cittadino.
Rodotà era in disaccordo con chi guardava con ostilità le unioni civili e le coppie omosessuali, e con chi credeva che la natura fosse in questo modo violata: tutto ciò, per il giurista, non ha alcun fondamento, e bisogna invece guardare a quella che è la dimensione dell’amore. Era invece in contrasto con la pratica dell’utero in affitto, cioè ad una forma di commercializzazione del corpo umano.
Stefano Rodotà muore lasciando un patrimonio ricco di cultura, principi, valori, e la consapevolezza di aver scritto un pezzo importante di storia.

“Un principio inaccettabile per la sinistra è la riduzione della persona a homo oeconomicus, che si accompagna all’idea di mercato naturalizzato: è il mercato che vota, decide, governa le nostre vite. Ne discende lo svuotamento di alcuni diritti fondamentali come istruzione e salute, i quali non possono essere vincolati alle risorse economiche. Allora occorre tornare alle parole della triade rivoluzionaria, eguaglianza, libertà e fraternità, che noi traduciamo in solidarietà: e questa non ha a che fare con i buoni sentimenti ma con una pratica sociale che favorisce i legami tra le persone. Non si tratta di ferri vecchi di una cultura politica defunta, ma di bussole imprescindibili. Alle quali aggiungerei un’altra parola-chiave fondamentale che è dignità”.

Funerale laico di Stefano Rodotà nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università La Sapienza di Roma.