Il capo dei capi, Totò, il pazzo, u curtu, la belva: sono nomi che appartengono alla stessa persona, a Salvatore Riina, il vertice dell’organizzazione mafiosa Cosa nostra.
Sin da giovanissimo cominciò la sua misera vita fondata su furti e assassini, sequestri di persona, stragi, spargendo dolore e sangue, togliendo il respiro ad innocenti, servitori della patria, fino ad arrivare a trattare con lo Stato italiano.
Riina ha sempre avuto l’attitudine di agire e pensare come un terrorista, ed è questo il tratto che lo distingue dall’altro membro de “La Cupola”, Bernardo Provenzano, “uomo” che seppur spietato, riesce ad essere più razionale, meno istintivo: “Gli hanno riempito la testa di minchiate. […] Ha intenzioni brutte”, confessava il democristiano Vito Ciancimino a Zi Binnu, riferendosi a Totò. Le intenzioni brutte di Riina erano ordinare la morte di Calogero Mannino, ministro del Mezzogiorno del governo Andreotti, quella dello stesso Presidente del Consiglio o di uno dei suoi figli, ma col senno di poi decise di cambiare strategia e ammazzare il simbolo del “Maxiprocesso” e dell’antimafia, Giovanni Falcone.
Iniziano i contatti dei mafiosi con i membri del Ros, in particolare Mori e De Donno, con il partito Forza Italia fondato da Marcello Dell’Utri, mediatore contrattuale di un patto tra Cosa nostra e l’imprenditore Silvio Berlusconi; intanto Paolo Borsellino comincia a capire quello che sta succedendo con la consapevolezza che il prossimo attentato sarà progettato nei suoi confronti.
“Si sono fatti sotto” sosteneva u curtu, dopo i delitti con cui erano stati fatti fuori il democristiano e mafioso Salvo Lima, Giovanni Falcone, e Giuliano Guazzelli, carabiniere che indagava sui rapporti tra politica e mafia.
Totò Riina prepara il “papello” con le dodici richieste che avrebbero fermato le stragi in atto, tra cui l’abolizione del 41-bis, dei benefici ai pentiti, del sequestro dei beni ai mafiosi. Vito Ciancimino dopo aver letto le proposte affermerà: “Questi sono deficienti […] sono richieste improponibili, inaccettabili”. Interviene Provenzano che fa preparare a Vito Ciancimino un “contropapello” più accettabile. Nel frattempo però viene organizzata la strage di Via D’Amelio e Paolo Borsellino porterà con sé i misteri sulla trattativa, e scandali che andavano ben oltre Tangentopoli.
E’ deciso, il capo dei capi deve essere arrestato. Viveva nel ’93 in un complesso di villette a Palermo, e ad arrestarlo sarà proprio chi fino a qualche tempo fa ci trattava: Riina sarà fermato in auto con Salvatore Biondino, il suo autista, dopo essere uscito di casa. Gli uomini del Ros, dopo la cattura, lasciano incustodito il covo in cui si nascondeva Riina per quindici giorni, spegnendo le telecamere e ritirando i furgoni, all’insaputa dei magistrati. Un altro tassello che fa sentire il puzzo del compromesso tra lo Stato e la mafia: il covo di Riina verrà infatti trovato completamente vuoto, senza una minima traccia di documenti rilevanti, come la copia del famigerato papello.
Condannato a numerosi ergastoli, Totò Riina non si è mai pentito, ma anzi dal carcere duro ha minacciato di morte il procuratore nazionale antimafia Antonino Di Matteo per le sue indagini sulla trattativa Stato-mafia.
Muore all’età di 87 anni, lasciandoci in eredità un paese distrutto, un’Italia che piange le sue vittime innocenti, ed una politica collusa con la mafia che ancora oggi discute su leggi e riforme, sul nostro futuro, come se questo pezzo di storia non fosse mai esistito.

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