Di ritorno dalla sosta il Napoli riprende a correre con la premiata ditta Insigne-Higuain, che nel lunch-match della 13^ giornata di campionato stende l’Hellas di Mandorlini e regala agli azzurri il secondo posto in classifica al pari della Fiorentina.

La partita. Pochi spazi, una sola vera occasione da gol, tanta fatica in mezzo al campo. Questa la sintesi della prima frazione di Hellas Verona-Napoli, il cui unico sussulto è appunto il tiro da fuori area di Hamsik finito poco alto (24’). Anche il marchio di fabbrica dei partenopei – il bel gioco – si vede a sprazzi, per merito di un Verona ben organizzato in difesa e pronto ad offendere in ripartenza. Nella ripresa però arriva l’intuizione: al 66’ Sarri tira fuori Callejon anziché uno spento Insigne e il Magnifico lo ripaga appena sessanta secondi dopo segnando lo 0-1 e fornendo poi al 73’ l’assist vincente per il raddoppio a firma di Higuain. Poteva essere goleada, ma il portiere gialloblu Rafael si distingue sul Pipita (50’, 84’) ed El Kaddouri (89’) salvando i suoi.

L’analisi. Non esistono partite semplici, soprattutto quando il tuo avversario è ultimo in classifica con 6 punti e le squadre che ti precedono sono incappate in un passo falso. Inoltre, la pressione di vincere unita all’ansia del sorpasso e alla frenesia di chiudere presto i giochi a dimostrazione della propria superiorità tecnica e tattica, rappresentano spesso il preludio al fallimento. Tuttavia, con la vittoria di ieri a Verona, gli azzurri si scrollano di dosso i fantasmi delle partite pareggiate contro Carpi, Genoa ed Empoli, conducendo la gara con la tranquillità di chi conosce la propria forza e sa di poterla spuntare anche contro squadre che “giocano a non far giocare l’avversario”. Alla difesa a 5 (a volte anche a 6) in fase di non possesso e al centrocampo muscolare schierati da Mandorlini (unica eccezione il talentuoso diciottenne Checchin, diciottenne ambidestro dal futuro roseo), la squadra azzurra non si è scomposta dinanzi alla farraginosità della propria manovra preservando possesso palla e predominio territoriale senza mai perdere le distanze tra i reparti. Così, al primo cedimento fisico veronese, il Napoli passa con Insigne e torna quello di sempre: si rivedono le sgroppate di Hysaj, la mirabile tenacia di Allan a recuperar palla e proporsi, i guizzi di Hamsik (che indovina il corridoio a servire ancora Insigne, autore così dell’assist del gol del Pipita) e i fraseggi tra le mezz’ali e gli esterni, con Higuain meno mobile del solito ma ugualmente incisivo. Ancora sopra le righe poi la prestazione di Jorginho – seppur in qualche occasione abbia forzato troppo la giocata sfornando passaggi facilmente leggibili a difesa schierata – e della coppia Chiriches-Albiol, solida e chirurgica nella maggioranza degli interventi compiuti; mentre Reina, ancora inoperoso, arriva a 467’ di imbattibilità.

Un bacio a Giulietta. Insultato per la sua napoletanità, deriso e umiliato dai tifosi più beceri (gli stessi che si commuovevano al risuonare della Marsigliese nel ricordo della strage di Parigi), Lorenzo si vendica siglando il gol che spezza la partita. Il suo destro vincente è stato delicato quanto un bacio e letale quanto una stilettata al cuore, ma quello dei veronesi e di Antonio Conte. L’acuto del Magnifico che ha sconquassato il Bentegodi è l’emblema della sua metamorfosi:  impaurito partner del cannibale Cavani con Mazzarri, poi esterno tutto fare nello scacchiere di Benitez ed ora finalmente calciatore in grado di decidere da solo le partite, anche quando gioca male. Basta vederlo all’opera in concerto con Hamsik o calato nelle dinamiche del suo amato 4-3-3 per accorgersi quanto sia riduttivo definire il Napoli “Higuain dipendente”. Guai a sottovalutare la squadra azzurra.

                                                                                      

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