Higuain Chievo NapoliIl ChievoVerona non è la Fiorentina, né la Juventus, tanto meno il Milan o il Midtjylland. Somiglia al Legia Varsavia, allora? Nemmeno un po’. Qualcosa in comune con la Lazio? Non ditelo neanche per scherzo. Allora, cos’è questo Chievo?
Per capirlo basta chiedere a qualsiasi tifoso napoletano dalla memoria non necessariamente lunga: rabbrividirà, cambierà espressione, perché “io di tutte quante, ho sempre paura della trasferta di Verona contro il Chievo”. E in effetti i gialloblù sono un cliente scomodo, scomodissimo, soprattutto tra le mura amiche del Bentegodi, dove per altro la squadra costruisce da anni,le celebri salvezze tranquille alle quali ha abituato l’Italia del Calcio sin dalla prima apparizione nella massima categoria, datata fine agosto 2001. Andare a vincere lì sarebbe davvero una grande prova di forza: l’esame per eccellenza che, se superato, potrebbe ufficializzare l’iscrizione del Napoli alla corsa per lo scudetto.
Ma questo Napoli è troppo forte per usare il timoroso, e per chi ha già sofferto tanto anche un po’ scocciante, modo verbale che è il condizionale. Usiamo dunque il presente, più rafforzativo e meno claudicante: questo Napoli, quello al quale stiamo assistendo dalla gara di Europa League contro il Bruges risalente al 17 settembre scorso, è una tra le due, massimo tre, squadre che concorrono per lo scudetto. Non si nasconda Sarri, e nemmeno i calciatori, perché di calcio in città se n’è sempre masticato tanto, ma una realtà così solida raramente si è vista.
Nel calcio, come nella vita d’altronde, ci sono dei detti che valgono come postulati. In particolare ce ne sono un paio che fanno proprio al nostro caso in queste ore: il primo, che poi è quasi una regola, sostiene che quando si vice senza giocare bene, allora ci si trova di fronte ad una formazione perfetta. Il secondo, meno precettivo ma pur sempre deciso, afferma che i campionati si conquistano in trasferta contro chi non gioca e che non ti fa giocare. Ma se il Chievo è una squadra di 11 “giocatori”, cosa vuol dire che “non gioca”? Si guardi alla partita di ieri sera, in particolare alla disposizione tattica dei clivensi: la tecnica, beh, di quella non vi è traccia tra le file di Maran, ma la disposizione in mezzo al campo sembra ispirarsi alla forma di una catena, con ogni giocatore pronto a chiudere le iniziative degli avversari azzurri con la forza, la morsa nell’accezione strettamente fisica che costringeva la troupe di Sarri ad un continuo ed estenuante duello corpo a corpo.
Il Napoli era stanco e si è percepito sin dalle prime battute. Ma la pazienza è la virtù dei forti, e dopo un primo tempo francamente sonnacchioso, inquinato a livello acustico solo dai pali (due) centrati da Higuain, si avvicinava l’ipotesi uno stop nella tabella di marcia azzurra. Però, in base a quello che si diceva prima, pareggiare al Bentegodi con il Chievo (ma anche con i cugini dell’Hellas) non è certo una frenata così tanto traumatica. Tra il primo e il secondo tempo, c’era già chi formulava questo pensiero per alleviare la violenza del rientro al lavoro del lunedì mattina.
Ma il Napoli di Sarri è una macchina perfetta, che vive di ingranaggi eccezionali. Forse avrà subito il peso dei sessanta minuti di sonno in più portati dalla reintroduzione dell’ora solare (della serie “più si dorme e più si ha voglia di dormire”), o forse saranno stati solo i postumi della sbornia europea in Danimarca, fatto sta che gli azzurri scendono in campo solo nella ripresa. Al 59′ un fulmine si muove nell’aria di rigore clivense: è Gonzalo Higuain, che finalmente decide di piegare in due la noia, le mani di Bizzarri e di conseguenza la partita. È il punto di non ritorno per il Chievo, che ora può solo stare a guardare il fraseggio sicuro della formazione pertenopea. Si ritorna a vedere il gioco, la mano di Sarri si allunga prepotente sul terreno di gioco. La squadra di Maran non si fa in pratica mai pericolosa, grazie al lavoro prezioso del centrocampo e della difesa del Napoli, coadiuvati ad arte da quella freccia di Callejon che non fa altro che macinare chilometri sulla fascia destra. Per non parlare di Hamsik, che da trequartista quale era considerato durante la gestione spagnola, ora si trova nella metà campo amica a fare da frangiflutti prendendo stinchi e piedi, oltre che baciare il pallone con ogni tocco soave. Ghoulam e Hysaj sembrano telecomandati tanta la preparazione tattica che stanno sfoggiando negli ultimi tempi. Concedere spazio agli avversari, per i giocatori del Napoli, è quasi un’offesa.
È la 7a affermazione di fila per gli azzurri nelle ultime otto gare, 7a anche tra quelle in campionato, guarda caso firmata dalla rete numero 7 di Gonzalo Higuain. Se solo avesse segnato Callejon (maglia n.7) al 77° minuto, sarebbe esploso il mondo. Per ora ci accontentiamo pur sempre di un’esplosione, quella della città, e dei quasi 7 (ancora?! E sono sette!) milioni di tifosi sparsi in tutto il mondo. Adesso, però, bisogna concentrarsi sulla gara di mercoledì contro il Palermo, perché prima ancora degli avversari, bisogna fare i conti con i propri limiti, ed il Napoli comincia ad accusare la stanchezza per il tour de force estenuante al quale sta prendendo parte. La vetta è vicina, distante soli due punti, ma non va conquistata ora che è troppo presto: serve munirsi di calma, senza perdere mai un centimetro, attaccandosi alla ruota degli avversari, per poi sfruttare la scia nei pochi appuntamenti disponibili per il sorpasso, che deve avvenire, perché la gente ha l’obbligo di tornare a sognare.

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