ea1a9e0f21241a9f2316052c79aaa283 169 lNiente da fare, sembra tutto inutile: non riusciamo a riportare i colori azzurri in alto, nelle posizioni che abbiamo (da) sempre occupato. Basta voltarci indietro ad un anno fa per scorgere le macerie del Mondiale “delle grandi innovazioni tecnico-tattiche”, quasi filosofiche, che però ci hanno portato alla catastrofe sportiva. Non produciamo più i campioni di una volta, questo è scientificamente provato, e così nel nostro campionato c’è un numero sempre più crescente di stranieri che vanno a occupare le caselle vuote delle squadre a discapito di giovani italiani. Tuttavia, riusciamo miracolosamente a metter su Nazionali forti sulla carta, dall’ossatura buona e competitiva, dalle aspettative gloriose che mettono paura agli avversari. Nazionali più da titoli di giornale, che da titoli sul campo. Nonostante questo, resta il fatto che nessuno oserebbe catalogarci mai nello scaffale degli “scarsi”, perché noi siamo l’Italia, la Repubblica nata e cresciuta sotto il segno del Pallone. E qual è quel posto al mondo dove, per antonomasia, la passione per il Calcio si trasforma inesorabilmente in pressione mediatica? Sempre qui, ovvio. Da noi capita anche che un allenatore giovane e sfrontato come Gigi Di Biagio, uno che in campo emanava il temperamento dei condottieri (al pari del collega nonché ex compagno azzurro, Antonio Conte), si  debba piegare alle insistenze della gogna calciofila tutta italiota. La sua Nazionale Under21 sbarcata in Repubblica Ceca non era di certo inferiore tecnicamente a quella arrivata seconda due anni fa in Israele: tanti giovani talenti, a partire dal portiere Bardi, avanzando con Rugani, il difensore delle meraviglie, proseguendo con Sturaro, Berardi e Belotti che farebbero invidia anche alla Nazionale maggiore, con Zappacosta e i suoi sette polmoni a consumare la fascia destra, e la saggezza senza età di gente come Cataldi e Crisetig, oltre all’imprevedibilità costante di Trotta. Il girone era il più angusto che potesse capitare al nostro tecnico: a parte la già citata Svezia, gli azzurrini dovevano vedersela con il Portogallo e l’Inghilterra, due clienti a dir poco scomodi. Una sconfitta all’esordio, un pareggio intermedio e una vittoria finale ci hanno condannati al ritorno in patria. Un cammino in crescendo che però ci ha portati paradossalmente indietro. Abbiamo giocato bene, a tratti benissimo, abbiamo espresso un Calcio che non si vedeva da anni: pulito, ordinato e con il giusto estro, prepotente nelle accelerazioni del “Gallo” Belotti, delicato quando a illuminare la scena era il campioncino del Sassuolo, il promesso sposo della Juve, Domenico Berardi. E quindi, dove abbiamo sbagliato? Con la temuta Inghilterra di Harry Kane si è dominato in lungo e in largo il match: dopo 26 minuti eravamo già sopra di 2, il resto è stata poco più che ordinaria amministrazione. Contro i lusitani solo la traversa ci ha fermati sullo 0-0, ma ai punti avremmo sicuramente meritato il bottino pieno. Contro tutte le aspettative, la partita decisiva non è stata quella di mercoledì con gli uomini della Regina, bensì la prima, l’incontro con gli scandinavi. E’ lì che si è rotto il giocattolo. Ritorniamo, in questo modo, alla cattiva tradizione che abbiamo nel nostro Paese di schiacciare, e non difendere, le idee di chi porta avanti un progetto sportivo: perché accontentare una fetta di stampa e di presunti espertoni per andarsi a coprire contro una modesta Svezia? Perché passare dal 4-2-4 usato lungo tutto il percorso di qualificazione per poi esordire con un 4-3-3 appena improvvisato? Perché snaturare una macchina fino a quel momento perfetta? La verità è che qui è davvero difficile, quasi impossibile, sviluppare un piano di lavoro con la calma e la serenità necessarie per raggiungere gli obiettivi importanti. C’è ancora tanta strada da fare: bisogna crescere prima come movimento sportivo per poi sperare di alzare le coppe. E che ci piaccia o no, il biscotto ce lo siamo servito da soli.

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