11167512 10206233173699274 1179182603 oC’è dell’immanente bellezza antica in questo paese, ma nei movimenti degli uomini, nelle loro parole, mi è difficile rintracciarla. È paradossale che riesca a sondarla solo nelle cadaveriche costruzioni che circondano i campi abbandonati, o nella pozza d’acqua che riflette la smunta sagoma di palazzine semi distrutte. Certo, sono tempi difficili e ingannevoli che contribuiscono enormemente a confonderci, e sentirsi incapaci di meravigliarsi è un modo come un altro per dire che si è aridi, pigri dentro, non più curiosi.

Qualche giorno fa sono stato a casa di un amico. Apre il comodino della stanza e prende l’ultimo album di un giovane gruppo rock delle nostre parti. Violenti al punto giusto, con qualche grillo per la testa che non guasta mai, e la voglia di suonare, pippe a valanga e una fisiologica presunzione. Da poco è stato pubblicato il secondo disco. Dopo qualche canzone, il mio amico mi consiglia di ascoltare tutto l’album. Vado a casa e metto a scaricare la prima playlist che trovo.

Sono sincero, non sono un professionista, ma di musica ne ho ascoltata abbastanza da poter parlare col cuore. Che senso ha per una persona annoiata nutrirsi di noia, arrabbiata abbuffarsi di rabbia, depressa ascoltare roba da tagliarsi le vene? Una raffica petulante di frastuoni, urla, lamenti, rumori. Poi dolore, odio, rabbia e vendetta. Poi fine. Kurt Cobain s’infilò in gola la canna mozza di un fucile, comunque… (scherzo!)

Non voglio credere che i Led, i Deep e i Black siano i responsabili di gente che grattugiano il formaggio anziché suonare una chitarra, per giunta con visibile compiacimento! Non voglio credere che si entusiasmano per questo! Se così fosse, il loro entusiasmo nel farlo sarebbe qualcosa di perverso! Questa musica, per qualche giorno, ha reso felici un sacco di gente, eccitato tante ragazzine, e stava sulla bocca di tutti, ma ho ancora serie difficoltà a comprendere il senso di questa euforia generale. In quella musica non si fa cenno alla gioia, all’amore, alla speranza. Se è poi musica che serva non soltanto a trivellarti il cervello, ma anche per sopravvivere all’ipoglicemia domenicale di Afragola, allora tutto cambia.

O quasi.

Manca la poesia. Non c’è più la bellezza. Intendo dire quella bellezza che vedo nella gente interessata, che fa qualcosa, che si esprime non solo a chiacchiere. La gente che si entusiasma, questa è la bellezza.

Forse è una questione di “tedio”, ma questa non è mica gente che si entusiasma. 

Il tedio domenicale afragolese fa venire l’ipotensione a chiunque. Le domeniche sono un buco nero. Sei risucchiato e poi sputacchiato, senza sapere il perché o il come, in reticoli di viali brulicanti di gente. Sui cigli delle strade una serrata fila di persone, ma che è sempre la stessa, con la solita faccia. Sono volti semi seri di ragazzi un po’ delusi, che hanno messo a sistema delle abitudini per esorcizzare una paura che non ha voce. Pasolini diceva che il consumo di droga, sul finire dei ’60, esprime compiutamente la morte della cultura. Intendeva dire, con questa espressione, che l’uso calamitante e modaiolo delle sostanze stupefacenti è sintomatico di un consumismo sempre più permissivo, omologante e che ammazza l’individualità. Nessun incentivo chimico all’immaginazione, nessuna alterazione organica che possa ampliare i sensi dell’uomo, la sua fantasia, il suo modo di comunicare col divino. O, al contrario, nessuna manipolazione neuro-vegetativa che acquieta l’ansia della vita, l’insopportabilità del dolore. La droga è una sublimazione del proprio sé o un palliativo, un aiutino beffardo per evitare la noia. La droga è mancanza. Più che scansarla, la ribadisce. Dove manca la politica c’è la droga.

Sapete perfettamente di cosa sto parlando. Ogni discorso politicizzato sulla droga è indicativo del fatto che la sinistra italiana ha esaurito, definitivamente, ogni argomento. Anziché poter rinfrancare una generazione sempre più nevrotica, delusa e ossessionata dal futuro, si controlla, si tiene a freno, s’inibisce con sedativi da legalizzare per farne un uso compulsivo, magari a basso costo per accontentare tutti.

Mi rendo conto di esservi sembrato paternalistico e ingiusto, ne sono consapevole, ma sono pugnalate che mi bruciano ancora in petto tutti quei totemici discorsi che non hanno nulla a che vedere col nostro futuro, insieme a tutte queste mode spicciole e un “essere di sinistra” da presuntuosi, poco chiaro e anche bugiardo.

Il perenne distacco dal presente, risultato d’insane e maniache attese, svuota la nostra vita di autenticità. Stiamo al mondo come dei mattatoi. Più si è distanti e meno si sentono gli striduli lamenti dei maiali sgozzati. Non è la droga che mi preoccupa, ma questo distacco dalla materialità delle cose, dalla concretezza della realtà. Un distacco che è anche un mancamento. La mia gente, quella con cui ho comunemente a che fare, vive il distacco dal mondo come un’insopportabile mancanza. Arrivati così in fondo al mancamento che per loro ogni forma di negazione è quasi diventato un esercizio di stile. In realtà, anche se è molto difficile da definire, ciò che mi atterrisce, oramai in maniera ineludibile, è vedere gran parte della mia generazione, per tutti questi anni, prepararsi ostinatamente al vuoto da diventarne masochisticamente parte, perché in guerra si è scambievolmente vittime e carnefici.

Scesi in campo più per dovere che per delle reali convinzioni, martiri che si sono creduti eroi, dando credito a una bugia di troppo, aver inseguito insane aspirazioni, e rimandando, senza il senno di poi, le responsabilità con sé stessi, la dignità e un po’ di amor proprio.

Non so voi, ma non è mica poco!?

 

(illustrazione dell’artista Boban Pesov) 

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Giovanni Tuberosa è il Direttore Responsabile di Social, ingegnere elettronico, Consigliere Comunale e maker nell’animo. Gestisce il Fablab Olivetti di Succivo, un progetto sperimentale auto sostenibile per rilanciare la cultura, il lavoro e le eccellenze del Made in Italy, soprattutto intellettuali. Si definisce un lavoratore, un innovatore e crede fortemente nella filosofia olivettiana del lavoro e della società.

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