Il sogno della vita: diventare il primo presidente donna degli Stati Uniti d’America. È da molto che Hillary Rodham Clinton lavora a questo obiettivo e, dopo aver clamorosamente fallito nel 2008 contro Obama, sembra avere in tasca la nomination come candidata Democratica. L’ex segretario di Stato, infatti, ha conquistato 1.223 delegati sui 2.143 finora eletti negli Stati dove gli elettori democratici hanno già fatto la loro scelta; un margine considerevole sul ‘rivale’ Bernie Sanders, ulteriormente ampliato dal sostegno di quasi tutti (467 su 493) i superdelegati, ovvero i delegati ‘di diritto’ alla Convention che a luglio nominerà il candidato presidente (si tratta dei parlamentari e dei governatori democratici attualmente in carica ed altre figure di spicco del Partito).

Se a ciò aggiungiamo che siamo già a metà corsa e che i sondaggi nazionali hanno sempre dato un grande vantaggio alla Clinton …  beh, non è difficile capire perché la corsa del senatore del Vermont viene dipinta dai media perlopiù come una ‘nota di colore’ che prosegue per un mix di ostinatezza e necessità, quasi a mantenere in vita una carovana, quella delle primarie, che altrimenti cesserebbe di ‘reclutare’ e motivare maggiormente l’elettorato dem nello scontro con il candidato repubblicano alle elezioni di novembre.

D’altronde, l’ipotesi che un ‘socialista’ possa vincere contro il candidato unitario dell’establishment del Partito Democratico e dei poteri con esso schierati, in un Paese dove fino a poco tempo fa il socialismo era una dottrina quasi illegale, era una sfida persino più complicata di quella di Obama di otto anni fa. Eppure è proprio tale difficoltà che rende straordinari i risultati ottenuti da Sanders finora. Il 43% dei consensi ‘reali’, al netto di quello dei superdelegati, non è poca roba.

A Sanders basterebbe, d’ora in poi, ottenere il 58% negli Stati che ancora devono andare al voto e arriverebbe alla Convention con in tasca la maggioranza dei delegati eletti (e quindi del voto popolare), di fronte alla qual cosa l’establishment democratico farebbe fatica a spiegare la scelta di far vincere comunque la Clinton col voto dei superdelegati. Certo, non è una sfida facile per Sanders, ma una serie di condizioni potrebbero favorirlo nella seconda metà della corsa. In particolare:

  • gli Stati più favorevoli alla Clinton sono quasi tutti già andati al voto: Hillary ha costruito il suo vantaggio su Sanders grazie soprattutto alle percentuali bulgare ottenute negli Stati della cosiddetta Cotton Belt, ovvero quelli dove la comunità afroamericana è maggioranza. La Clinton ha un consenso notevole tra afroamericani ed ispanici, due forti minoranze etniche che tuttavia al candidato più di sinistra, Sanders, hanno finora nettamente preferito la Clinton per i legami da questa intrecciati già all’epoca della presidenza del marito Bill. Eppure gli Stati a maggioranza afroamericana sono già andati tutti al voto, mentre di quelli ispanici è rimasto solo il New Mexico (e la California, che però è uno stato molto più ‘misto’). In pratica, restano solo Stati a maggioranza ‘germanica’ (l’etnia maggioritaria negli States) dove finora Sanders ha vinto anche con ampi margini, e quelli della costa atlantica centrale (a maggioranze anglo-italo-irlandesi), che rappresentano un’incognita.
  • i prossimi Stati sono i più favorevoli a Sanders: i prossimi 5 Stati al voto (Alaska, Hawaii, Washington il 27 Marzo, Wisconsin il 5 Aprile e Wyoming il 9 Aprile) sono a netta prevalenza ‘germanica’, tranne le Hawaii, dove però numerosi ‘big’ dei democratici locali hanno recentemente dichiarato il sostegno a Sanders. Anche i (pochi) sondaggi disponibili indicano una vittoria di Sanders che potrebbe anche assumere proporzioni notevoli, sulla scia di quelli ottenuti solo quattro giorni fa in Idaho (78%) e Utah (79%), altri due Stati a prevalenza ‘germanica’ e dove si è votato col sistema dei caucus, che finora hanno favorito Sanders (e saranno usati anche in questi cinque stati, eccetto le Hawaii). Insomma, Bernie potrebbe arrivare al decisivo appuntamento con gli stati ‘centrali’ della costa Atlantica (a debuttare sarà, il 19 Aprile, quello di New York) con un divario ridotto di diverse decine di delegati, forse persino un centinaio, ma soprattutto con l’onda positiva che tali vittorie apporterebbero all’entusiasmo dei suoi sostenitori e alla credibilità della sua battaglia;
  • Sanders è il miglior candidato contro Trump: pressoché tutti i sondaggi hanno finora evidenziato che la Clinton era nettamente preferita a Sanders dagli elettori dem, ma al tempo stesso che Sanders batteva di gran lunga i candidati Repubblicani nel consenso generale degli americani, a fronte delle vittorie risicate della Clinton. Ciò vale soprattutto nella sfida contro Trump e questo potrebbe essere un fattore decisivo per la campagna di Sanders, considerata l’avversione degli elettori democratici verso il tycoon populista e la sempre maggiore evidenza che sarà lui l’avversario da battere alle elezioni;
  • infine, Sanders sta finalmente recuperando anche sulla Clinton nei sondaggi nazionali: all’inizio la Clinton distaccava Sanders anche del 30-40% nei sondaggi; con l’avanzare della campagna questo divario si è ridotto, rimanendo comunque su un netto 20%. Ma è di pochi giorni fa la rivelazione clamorosa di Bloomberg, principale media finanziario degli States, che vede Sanders prevalere sulla Clinton per 49% a 48%: una rondine non fa primavera ma è un segnale da non trascurare.

Insomma, intendiamoci: la Clinton resta nettamente la favorita. Ma Sanders ha ancora qualche possibilità: tutto dipenderà dal consenso che i due candidati riceveranno in quegli Stati della costa atlantica che non appartengono né a quella ‘America profonda’, a prevalenza germanica e di middle-class lavoratrice, nettamente favorevoli a Sanders, né all’America delle forti minoranze afroamericana e ispanica. Se Sanders otterrà un buon risultato in quegli Stati, ovvero almeno il 53-54%, potrà giocarsi il tutto per tutto il 7 giugno, quando andranno al voto gli ultimi 6 Stati, tra cui la California, che da sola elegge un quarto dei delegati (548, per la precisione). Uno Stato con una buona minoranza ispanica ma anche dal fortissimo elettorato democratico. Hillary stia attenta a dire ‘gatto’, insomma, perché Sanders potrebbe strapparle ancora il ‘sacco’ …

stati che mancano
Gli Stati che hanno già votato e chi li ha vinti (fonte: Repubblica.it)
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Le etnie prevalenti nelle contee degli Stati Uniti (fonte: Wikipedia)

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