C’è indubbiamente un nesso tra “l’atto del leggere” e “l’esercizio del pensiero”. Il primo non potrebbe avvenire senza una qualche partecipazione del secondo. E in qualche modo il secondo è certamente favorito dal primo. Questo nesso, però, non è sinonimo di coincidenza o equivalenza.
Ci sono, infatti, persone che hanno letto e leggono molto, ma hanno pensato e pensano poco.
Sono quelle persone per le quali ciò che leggono non affonda nel loro pensiero, non scende in profondità, ma resta in superficie e talvolta scivola via nella dimenticanza più totale.
Al contrario, ci sono altre persone che hanno letto poco nella loro vita, ma hanno pensato molto e soprattutto vanno in profondità quando pensano. Il più delle volte sono persone che leggono poco, vuoi perché non hanno avuto e non hanno la possibilità economica, vuoi perché svolgono attività lavorative che non lasciano loro molto tempo per leggere, oppure perchè sono lente nella lettura. In compenso, traggono tesoro da ciò che leggono, lo masticano e lo assimilano come se fosse cibo, fanno di ogni lettura un incontro con l’autore del testo, e da quel testo si fanno trasformare o con esso si confrontano per dissentire e polemizzare.
Una persona di grande cultura è indubbiamente una persona che ha entrambe le caratteristiche: ha letto molto ed allo stesso tempo ha meditato molto su ciò che ha letto e al contempo ha esercitato molto il pensiero critico. Ovvero ha fatto esperienza di ciò che ha letto per formare un proprio pensiero che, anche se non sempre risulta originale, è comunque incredibilmente creativo e radicato nel proprio animo. In questo caso non si tratterebbe di avere un’opinione o dissentire soltanto su ciò che ci è stato detto. Solo da questo assunto, anche se affrettato, possiamo provare a spiegare cosa significa fare filosofia.

Partiamo da questa definizione: il filosofo è un uomo come gli altri ma, allo stesso tempo, è un uomo diverso dagli altri.

L’uomo comune è essenzialmente un uomo che agisce, un uomo della prassi. Anzi, sarebbe meglio dire, è un uomo che è agito. Fa, infatti, le cose non perché sceglie di farle, ma perché le deve fare, mosso in parte dall’istinto (dal piacere di farlo) e in parte dalle convenzioni sociali.

Il filosofo nasce nel momento in cui l’uomo comune, in lui, smette di agire o, per meglio dire, di farsi agire, di essere l’inconsapevole funzionario di una prassi convenuta e non scelta esclusivamente da lui, e comincia a pensare, a farsi delle domande sul senso del suo agire, anzi sul senso stesso del suo essere al mondo.

In quel momento avviene una “metanoia”, cioè una trasformazione interiore, una sorta di vera e propria “conversione”. Il neonato filosofo, più che “vivere fuori” comincia a “vivere dentro” e a guardare il mondo, in termini socratici, con un “terzo occhio”, ovvero quell’occhio interiore di cui è privo l’uomo comune, che è tale in quanto puro uomo di azione, preso da mille impegni ma tutti esteriori.

A dir la verità non esiste il filosofo come categoria unica e universale. Esistono tanti tipi di filosofi e la storia di questa disciplina ne è la dimostrazione. Evideziamone almeno due, seppur in termini sommari.

Esiste il filosofo che fa discorsi filosofici, ed esiste il filosofo che fa filosofiaC’è il filosofo che fa pura teoria, che costruisce un sistema di pensiero, e c’è il filosofo per il quale la filosofia è un’interrogazione continua su sé stesso e sul mondo, per il quale la sua vita altro non è che un’incarnazione del proprio pensiero. C’è il filosofo erudito che ha coltivato essenzialmente la mente, e c’è il filosofo colto che ha curato essenzialmente la sua vita, quindi anche, ma non solo, la sua mente.

Il primo fa il filosofo di mestiere. Il secondo è filosofo come modus vivendi: la filosofia è l’essenza stessa della sua vita, è il suo daimon, la sua vocazione, il suo tormento e la sua estasi. Il “demone” che lo fa soffrire, per questo lo fa sentire vivo. Il primo si limita a trasmettere le sue conoscenze, di natura essenzialmente nozionistica. Il secondo è testimone di una pratica di vita oltre che di un pensiero.

Il filosofo si completa, almeno per chi vi scrive, solo se è un uomo che agisce in conformità a ciò che pensa. Sia chiara una cosa: non mi sto riferendo a delle menti criminali.

Il filosofo che prediligo è un uomo che trasforma la sua teoria in prassi di vita, in un intreccio indissolubile e continuo. Da questo punto di vista è emblematica la famosa frase di Marx, nelle celeberrime “Tesi su Feuerbach”: i filosofi hanno interpretato il mondo in vari modi, ma il punto ora è di cambiarlo.

Compito dei filosofi è indubbiamente quello di capire il mondo e di provare a trasformarlo sulla base delle loro idee, ma solo cominciando da sé stessi. Il compito del filosofo non è esclusivamente di natura teoretica e dottrinaria, ma ha anche una responsabilità di natura morale, convertire sé stesso. Solo così Egli può contribuire, con gli strumenti di cui soltanto Egli è dotato, alla trasformazione del mondo, a una visione che pretenda dall’uomo l’affermazione dei valori della libertà, della uguaglianza e della solidarietà fraterna. 

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