Tsipras Hollande 675 675x275Tsipras ha perso. Sgombriamo il campo da equivoci e pieghiamoci, per una volta, ad una semplificazione quasi calcistica. Ha perso per aver provato a rovesciare il sistema di un’Europa lontana dai suoi scopi originari, schiacciato dal meccanismo che cercava di rompere.

Quali carte poteva contare il premier greco? Poche, per non dire nessuna. La generale riprovazione verso i responsabili di un’eventuale Grexit (argomento non così forte in quei Paesi – vedi Germania e Olanda – che da un po’ si augurano l’uscita della Grecia dall’UE); la possibilità di far restare all’asciutto i creditori dichiarando fallimento ed uscendo dalla moneta unica; una posizione nel Mediterraneo utilissima a chi (vedi Putin) guarda con interesse alla situazione europea sperando di approfittarne. Poco, troppo poco per chi sa non poter giungere fino all’ultimo atto del proprio bluff. Si parlava pur sempre di un Paese il cui Pil ammontava all’1,5% dell’intera Unione Europea, più vicino alle dimensioni dell’economia irachena che a quella italiana, trovatosi ad affrontare di petto un gigante sedici volte più “pesante” (per fare il Pil tedesco, infatti, bisogna moltiplicare il greco per sedici).

Nonostante il divario incolmabile in campo, a lungo abbiamo creduto davvero che il piccolo Davide potesse ancora una volta avere la meglio su Golia. Il merito di questo effetto distorsivo è stato sicuramente di Tsipras e dei suoi stretti collaboratori (primo tra tutti, chiaramente, l’ex ministro dell’economia Varoufakis); capaci, con le loro mosse talvolta azzardate, di farci sperare fondatamente in un’inversione di tendenza che partisse da uno dei Paesi più piccoli ed in crisi di quest’Europa a due velocità. Il referendum, così centrale nella strategia greca, si è rivelato lo splendido canto del cigno della speranza di un’Europa diversa.

Tsipras è stato spregiudicato, scegliendo una strada mai battuta prima per provare a rompere il giocattolo di Schauble: si poteva far meglio? Poteva evitarsi il referendum ed ottenere un accordo migliore (come il nostro primo ministro continua a sostenere)? Difficile dirlo ora senza sfociare in un subdolo senno di poi.

Quel che va riconosciuto al primo ministro di Atene è la novità dell’approccio, la differenza del piglio: quando sottoposti a pressioni simili (anzi è bene chiarirlo: mai le misure erano state così incisive come in questo caso, con la chiusura dei rubinetti delle banche), i governi di Italia, Spagna, Irlanda e della stessa Grecia, in passato, avevano preferito cedere senza troppe ciance alle richieste pro-austerity della Troika; Tsipras ha azzardato, minacciando l’uscita dall’euro (che martedì ha confermato non essere mai stata nelle sue vere intenzioni) e rimettendo ai cittadini l’onere di una scelta che comunque è stata loro sottratta. Ha perso perché l’ultimo a cedere non poteva che essere l’altro, il governo tedesco che non aveva i pensionati in fila agli sportelli ed i dipendenti pubblici da pagare senza un euro in cassa. Ha perso perché non poteva che perdere, solo in una battaglia in cui le pacche sulle spalle non sono mancate, ma di incisivi aiuti manco a parlarne: Francia, Italia, Austria e Cipro non hanno potuto (o forse non hanno voluto) fare molto più di questo.

Tsipras e la sua solitudine ci consegnano un’Europa ormai malata di austerity, sordida ideologia che cela i rapporti di forza dietro fredde cifre e permette controlli marcatissimi su Paesi a sovranità limitata. Oggi toccava alla Grecia, ed il popolo ellenico ha pagato il fìò e passato le forche caudine di Bruxelles; resta da vedere chi sarà il prossimo sacrificato sull’altare dei creditori.

Per chi è cresciuto negli anni Novanta ed ha creduto da sempre nel sogno di un’Europa unita nella moneta e nei popoli, questa è la fine di un’epoca; non si può credere in quest’Europa se il suo unico fine è quello di fare da giogo per il controllo di Paesi amici (Lituania, Portogallo, Malta e Olanda su tutti) e nemici (Francia e Grecia) da parte del tiranno tedesco. Per questi motivi, per rispetto del sogno in cui abbiamo creduto, oggi non possiamo non dirci euroscettici.

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