Perché quelle in Sicilia possono dirci molto sulle future elezioni di febbraio

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Le elezioni dello scorso 5 novembre ci hanno consegnato una Sicilia divisa in 3 ed un nuovo Presidente della Giunta Regionale. A succedere a Rosario Crocetta sarà, infatti, Nello Musumeci, già sconfitto nelle precedenti consultazioni del 2006 e del 2012. Un risultato non troppo sorprendente, considerando i sondaggi che per tutto il corso della campagna elettorale avevano dato in testa il candidato del centrodestra, appena impensierito dalla lista Cinque Stelle capitanata (come cinque anni fa) da Giancarlo Cancelleri.

L’interesse particolare di queste elezioni amministrative (e quindi, dal carattere principalmente locale) nasce dall’estrema vicinanza con l’appuntamento elettorale per eccellenza – quelle elezioni politiche che sembrano doversi tenere a febbraio, come previsto e come sostenuto dal Presidente Mattarella, in barba alle voci che vorrebbero uno slittamento a maggio.

Cinque anni fa, fu grazie alle elezioni siciliane che fu chiaro anche ai più sprovveduti degli analisti politici che la risalita prepotente del Movimento 5 Stelle era in grado di impensierire anche le due tradizionali coalizioni (nonostante la vittoria finale del polo di centrosinistra guidato da Crocetta). Il 18 per cento ottenuto in quell’occasione, infatti, risultò un nuovo massimo storico per l’allora neonata formazione politica guidata da Grillo e Casaleggio; il messaggio lanciato all’intero Paese con la famosa traversata a nuoto dello Stretto fu chiaro: il Movimento era pronto a conquistare la Sicilia e, da lì, Palazzo Chigi, uscendo dalla nicchia in cui era rimasto fino ad allora.

Se questo fu il risultato che poteva essere evinto dalle scorse amministrative sicule, oggi la direzione che sembra assumere il voto di domenica scorsa sembra essere esattamente opposta. A stravincere è la coalizione di centrodestra, con quasi il quaranta per cento dei consensi a favore del suo candidato Musumeci, mentre crolla la compagine di centrosinistra guidata da Micari, che scende ben centomila voti sotto i consensi raccolti dalle sue liste (e quasi 250 mila meno di quelli di Crocetta nel 2012). Un crollo verticale che premia il voto disgiunto a favore di Cancelleri, che si ferma attorno al 35% e sfiora il colpaccio.

Le elezioni in Sicilia, insomma, ci consegnano un centrodestra in ottima salute (e qui non c’era l’apporto, che al nord può essere fondamentale, della Lega Nord) ed un Movimento Cinque Stelle che promette di dare battaglia per Palazzo Chigi potendo contare su un elettorato stabile e consolidato. Sempre più marginale il peso del centrosinistra, ancora avviluppato attorno al dilemma alleanze (in Sicilia, la questione era nata rispetto alla candidatura di Claudio Fava, mentre a livello nazionale ogni giorno è buono per litigare con Bersani e Pisapia). Se fossero confermate queste tendenze, a febbraio la battaglia potrebbe essere tra Luigi Di Maio (candidato ufficiale della formazione grillina) e … Silvio Berlusconi, che domina ancora come incontrastato leader del centrodestra, a ben ventiquattro anni dalla prima candidatura. Alla faccia del rottamatore Matteo Renzi, che, in questo schema, potrebbe solo guardare dalla finestra.

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