“Porte aperte” di Leonardo Sciascia

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“Porte aperte” di Leonardo Sciascia è un romanzo breve datato 1987.

L’autore siciliano vi racconta una vicenda giudiziaria ambientata a Palermo negli anni ’30, ispirata ad una storia vera, che vede protagonista il giudice a latere di un processo per triplice omicidio.

L’imputato ha ucciso sua moglie, il collega che aveva preso il suo posto in ufficio e un illustre avvocato fascista, ed è soprattutto per quest’ultimo assassinio che il regime preme affinché gli venga inflitta la pena di morte, di recente reintrodotta nell’ordinamento italiano. Ciò che viene chiesto al giudice è una condanna esemplare che mostri ai cittadini che il partito fascista veglia sulla loro sicurezza; che in Italia, come recita il motto da cui viene il titolo del romanzo, si può dormire con le porte aperte. Il magistrato, però, è fermamente contrario alla pena capitale (<<è un principio di tale forza, quello contro la pena di morte, che si può essere certi di essere nel giusto anche se si resta soli a sostenerla>>) e pur sapendo che il suo verdetto sarà sicuramente ribaltato in appello, decide di non infliggerla all’imputato.

Per restare fedele alla propria coscienza sarà costretto ad affrontare la pressione dell’opinione pubblica ed ingerenze politiche che non si esprimono mai apertamente, in un ambiente di allusioni e mezze frasi. Il giudice troverà un unico alleato in uno dei giurati, un contadino che si rivelerà essere un uomo colto ed amante dei libri. 

 La vicenda del pluriomicida resta sullo sfondo, mentre si dipanano riflessioni densissime sulla libertà di coscienza, la dicotomia fra legge e morale, la pena di morte, le mistificazioni del regime, gli intrecci fra politica e giustizia.

 La posizione dell’imputato rende difficile provare empatia: è colpevole, si è macchiato di tre efferati omicidi, non è un perseguitato. Ciò fa sì che le considerazioni del giudice sulla pena capitale si basino esclusivamente su un principio superiore di civiltà ed umanità, che prescinde dalla condotta, invero anche vigliacca, del colpevole; e col magistrato anche il lettore è chiamato ad una riflessione superiore, ad uno sforzo etico particolarmente impegnativo.      

Il giudice, poi, è ben consapevole dell’inutilità pratica del suo gesto: l’imputato verrà sicuramente condannato a morte in secondo grado. Non a caso, nelle pagine finali,si interrogherà col procuratore generale sulla possibilità di averne semplicemente prolungato l’agonia. Ma tutto ciò non fa che vestire di maggior eroismo la resistenza del “piccolo giudice”, la caparbietà con la quale porta avanti, in quasi totale solitudine, ciò che ritiene giusto al di là di ogni contingenza.

Lo stile del romanzo è ricco di citazioni e rimandi e la lettura non è sempre agevole, ma il pregio delle riflessioni racchiuse in questa piccola storia è tale da ben valere lo sforzo.

Sciascia affronta temi di straordinaria complessità e delicatezza, con acume e profondità di pensiero non usuali. Il tono della narrazione è profondamente malinconico e pessimista, ciononostante, pur nella confessione del timore proprio dell’uomo retto e fedele ai propri principi che si trova a vivere tempi in cui- come commenta ironicamente il protagonista- le uniche porte chiuse sono quelle dei giornali, vi è spazio per un filo di speranza:

<<(…) Ma mi conforta questa fantasia: che tutto questo, il mondo, la vita, noi stessi, altro non è, come è stato detto, che il sogno di qualcuno, questo dettaglio infinitesimo del suo sogno, questo caso di cui stiamo a discutere, l’agonia del condannato, la mia, la sua, può anche servire ad avvertirlo che sta sognando male, che si volti su un altro fianco, che cerchi di aver sogni migliori. E che almeno faccia sogni senza la pena di morte>>.  

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