Portugal 3461170bLa sinistra portoghese ha perso di nuovo, anzi no. È stata questa, più o meno, la sequenza delle reazioni scatenate dall’appuntamento elettorale dello scorso 4 ottobre; a poche ore dalla chiusura delle urne, infatti, lo stesso segretario del partito socialista António Costa aveva pronunciato il “concession speech”, riconoscendo la sconfitta e promettendo di rispettare la volontà degli elettori. Una situazione che appariva abbastanza chiara, insomma, con il partito di maggioranza relativa (quello socialdemocratico, conservatore) incapace di raggiungere la metà dei parlamentari (perdendone 25 dall’ultima tornata) ed il resto dell’emiciclo diviso tra socialisti, Bloco de Ezquerda (vicini a Podemos e Syriza) e comunisti. In quel momento, l’opzione più probabile appariva la formazione di un governo di minoranza dei conservatori o l’alleanza di quest’ultimi con i socialisti per un governo di larghe intese che potesse ripercorrere il sentiero già tracciato da Italia e Germania nel recente passato. Proprio i tedeschi avevano vissuto uno scenario praticamente identico, appena un paio di anni fa: se le CDU-CSU della Merkel potevano contare sulla maggioranza relativa, socialdemocratici, Verdi e Linke (“sinistra”) formavano assieme quella assoluta. Un’alleanza, tuttavia, appariva impensabile ed alla fine la SPD si convinse, pur dopo approfondita discussione interna, a formare un governo a guida Merkel-Schauble.

Diverso il discorso portoghese. Inaspettatamente, infatti, Costa ha cominciato a guardare alla propria sinistra, credendo fortemente nella possibilità di un governo di coalizione con Bloco de Ezquerda e comunisti: un esecutivo con chiara impronta anti-austerity, che metterebbe insieme l’omologo del Partito democratico italiano, una Podemos portoghese ed il corrispettivo di Rifondazione Comunista; impresa, questa, che è stata preclusa a Tsipras in Grecia (che da sempre è stato ostacolato dal KKE comunista e dai socialdemocratici) e che appare irrealizzabile nel futuro scenario spagnolo, dove i comunisti di Izquierda Unida hanno già rifiutato l’alleanza con Podemos, che pure aveva vinto le amministrative con accordi programmatici sulle singole realtà territoriali anche con il PSOE.

Un’impresa non ancora compiutasi, tuttavia: e proprio in queste ore vanno intensificandosi le opposizioni da ogni versante all’ipotesi in campo attualmente più probabile. Juan Manuel Barroso ha dichiarato che un governo con le forze antisistema “vorrebbe dire giocare col fuoco”, mentre Manuela Ferreira Leite, ex leader del Partito socialdemocratico, non si nasconde dietro il dito e parla apertamente di “colpo di stato”. Una veemenza, quella messa in campo dalle forze conservatrici, che ricorda per certi versi quella cui si trova sottoposto dall’insediamento come presidente del Labour inglese anche Jeremy Corbyn (ma lì molto sta facendo anche il fuoco amico blairiano) e non dissimile dal trattamento già riservato ad Alexis Tsipras. Segno che i partiti e movimenti anti-austerity fanno paura a molti, soprattutto quando rischiano di diventare forze di governo.

Mettiamo, infine, le cose in chiaro: il modello portoghese non può essere esportato in Italia; non adesso, almeno, dato che tutte le forze a sinistra del PD sono frutto di diaspore più o meno ampie da quello stesso partito e sarebbe assurdo immaginare, in tempi brevi, un’alleanza con protagonista proprio chi da quel partito è scappato traumaticamente come Civati e Fassina, o come la stessa Sel – alleata PD a livello nazionale solo un paio d’anni fa e oggi ancora in tandem in molte realtà territoriali. Un laboratorio che potrà essere utile, allora, soprattutto in chiave-Madrid, aprendo la strada all’eventuale successo delle forze anti-austerity anche nell’altro Paese iberico. Un’eventuale vittoria di Podemos e degli eventuali alleati potrebbe cambiare l’asse portante della politica europea, come sottolineato anche dall’economista Thomas Piketty in una recente intervista. Per chi osserva dall’Italia, è ancora un interessantissimo autunno europeo.

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