È sfida vera al San Paolo tra Napoli ed Inter. La spuntano gli azzurri grazie ad una doppietta del solito Higuain, ma quanta sofferenza nel finale! Onore ai nerazzurri, mai domi.

La partita. Se un pezzo di scudetto fosse stato assegnato ieri sera, Higuain l’avrebbe fatto suo dopo appena 63 secondi, approfittando di uno svarione della difesa interista ed incenerendo Handanovic con una fucilata di destro a fil di palo. Lo svantaggio scuote Guarin, che al 29’ calcia di poco fuori, e Brozovic, la cui deviazione al 40’ sfiora il palo; ma galvanizza Nagatomo, espulso al 44’ per somma di ammonizioni. Al 62’ l’asse galactico Albiol-Higuain regala il doppio vantaggio: l’anticipo a centrocampo dello spagnolo favorisce la fuga del Pipita, che arma il destro e sigla la doppietta personale. Al gol di Ljajic (67’) i nerazzurri diventano un fiume in piena. Fioccano le occasioni: Reina alla disperata sul cross di Biabiany sventa il pari (87’), Handanovic salva su Higuain in tuffo (89’), Jovetic e Miranda sono infine fermati dal palo e da un super intervento del portiere azzurro al 94’.

Facce della stessa medaglia. No, non è un caso che Napoli ed Inter stiano lì a giocarsi lo scudetto. La napoletana e la milanese sono due realtà calcistiche antitetiche, ma valide ed efficaci. Al gioco organizzato, dinamico, esuberante, creativo e geometrico del Napoli, l’Inter di Mancini risponde con la fisicità, la corsa, la determinazione e l’ostinazione di chi deve rendere i propri “limiti” una forza su cui contare. Ognuna a suo modo, le due compagini hanno disputato un match spregiudicato: mentre Sarri azzarda un vistoso avanzamento di Allan ed Hamsik, che da un lato induceva l’errore dei palleggiatori avversari favorendo la riconquista del pallone ma dall’altro lasciava ampi spazi alle ripartenze interiste (costringendo ad un lavoro super Callejon e Jorginho), Mancini scommette sulla solidità della sua squadra scegliendo di tamponare il Napoli in tutti i modi (a volte giocando a calci, più che a calcio) per provare a vincerla nel finale inserendo gli indemoniati Jovetic e Biabiany, che per poco non griffano il pareggio. La veemente reazione interista nel finale fa poi da contraltare alla performance individuale di Pepe Reina, a cui invece i compagni ormai allo sbando si aggrappano implorando un miracolo che arriva proprio allo scadere. Questo buffo gioco degli opposti, arricchito da sprazzi di classe pura e da una sorte beffarda o provvidenziale (dipende da che punto la si osservi), la dice lunga sulle ambizioni nutrite dalle due squadre e su dove possano arrivare a fine stagione.

Magnifico. Non accadeva da un quarto di secolo, dai tempi di Maradona. Siamo di nuovo in testa alla classifica del campionato, da soli, e ci ritorniamo giocando una gara poliedrica, da calcio totale. In questo Napoli tutti sanno far tutto (o si impegnano a farlo con ammirevole dedizione): fraseggio stretto o lancio lungo, attacco della profondità o scivolamento degli esterni ad allargare la difesa avversaria, rottura del gioco o sfruttamento del possesso palla non fa differenza. La partecipazione al gioco è talmente dinamica, corale e sinergica che sarebbe riduttivo relegare tutto ad una questione di modulo o disposizione tattica: unitamente alla forza innegabile dei singoli interpreti, è il modo di interpretare i ruoli e leggere le situazioni di gioco a rendere apparentemente così superiore il Napoli rispetto alle altre squadre. La stanchezza affiorata ieri sera è però un campanello d’allarme per Giuntoli ed il suo staff, ma per la trasferta di Bologna non c’è da preoccuparsi: in vetta l’aria è più sana, l’acido lattico si smaltisce più velocemente e si triplicano le energie. Il sogno è appena iniziato…

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