“Com’è bello il genere umano! Oh mirabile e ignoto mondo che possiedi abitanti così piacevoli!”
William Shakespeare, La Tempesta.

Nel 2000 esce il disco “Brave New World” degli Iron Maiden, album che vede, finalmente, il ritorno in formazione di due membri storici, nonché fondamentali a livello compositivo: il cantante Bruce Dickinson e Adrian Smith. Inoltre, i Maiden decidono di mantenere anche Janick Gers, il chitarrista che negli anni precedenti aveva sostituito egregiamente Smith, portando a ben 3 le chitarre al loro servizio.
Il titolo dell’album è un chiaro riferimento alla celebre opera dello scrittore inglese Aldous Huxley, il romanzo distopico di fantascienza “Il Mondo Nuovo”, in cui gli sviluppi tecnologici e scientifici hanno portato al controllo delle nascite e alla possibilità di determinare,ancor prima della sua venuta al mondo, la classe sociale di un individuo.
La title track dell’album è intrisa della sofferenza e del dramma degli abitanti del Mondo Nuovo, costretti a vivere in una società modellata secondo lo schema di produzione della catena di montaggio, in cui la libertà è solo apparente ed è incanalata secondo direzioni comode ai governanti.
Bruce Dickinson è in una forma smagliante e veste i panni del buon selvaggio, strappato alla sua terra e costretto all’esistenza in mondo dove non esistono né bellezza, né amore. Un uomo a cui sono stati strappati i sogni e le speranze, la cui ultima preghiera di essere riportato a casa non verrà mai esaudita.
“Cigni morenti, ali ritorte/ Non c’è bisogno della bellezza qui/ Ho perso il mio amore, ho perso la mia vita/ In questo giardino di paura”.
Gli Iron Maiden hanno ormai da tempo raggiunto la maturità musicale, tanto dal punto di vista delle lyrics, quanto da quello del sound, che assume una nuova corposità: una pienezza dovuta all’uso di orchestrazioni e all’alternanza di soli di tutti e tre i chitarristi, che contribuiscono a rendere la tensione drammatica dell’opera.
Il secondo brano, Ghost of The Navigator, riprende un tema molto caro alla produzione dei Maiden: è la storia del viaggio di un marinaio verso orizzonti sconosciuti, di un uomo perseguitato dai canti ammaliatrici delle sirene e dai fantasmi di altri navigatori morti in mare, che cercano di portarlo fuori rotta.
I riferimenti letterari nell’opera abbracciano anche la mitologia religiosa. Ne è un esempio “The Fallen Angel”, un brano che fa riferimento al momento dell’ Armageddon, quando infurierà la battaglia tra Dio e l’angelo caduto Azazel. Uno scontro che deciderà le sorti di ogni essere vivente, sospeso tra la vittoria della luce e il trionfo delle forze oscure.
Tornano le atmosfere fantasy in “Out of The Silent Planet”, brano scelto come secondo singolo dell’album e ispirato al romanzo “Lontano dal pianeta silenzioso” di Clive Staples Lewis. Il protagonista dell’opera è un professore di filologia, rapito e condotto da alcuni scienziati sul pianeta Malacandra, un mondo dalle tinte acquerello i cui variopinti abitanti si mostrano grandi esperti delle arti e delle scienze, i quali svelano all’umano il motivo dell’isolamento della Terra (il pianeta silenzioso) dagli altri mondi.
Una canzone davvero incalzante e coinvolgente, una cavalcata metal che ci porta a riconsiderare il valore dell’immaginazione, della possibilità di creare nuovi mondi e razze fantastiche con scopo metaforico, per riscoprire i valori dell’esistenza.
Non mancano, tuttavia, brani con un significato politico, come “The Mercenary”, la storia di un soldato che uccide solo per avere un ritorno economico, e “Blood Brothers”, uno dei pezzi più epici del disco, una triste considerazione su quanto l’essere umano sia ancora legato, dopo millenni, all’idea che la guerra sia la risoluzione inevitabile e più semplice per le divergenze tra i popoli.
La chiusura ideale di questo lungo viaggio è “Dream of Mirrors”, forse il pezzo più progressive e dalla struttura più articolata dell’intero album. Dieci minuti di musica titanica, un viaggio attraverso i sogni e la possibilità che essi diventino reali, generando inquietudine e confusione nell’uomo che, forse, ancorato al concreto e al tangibile, ha inevitabilmente perso la sua capacità di immaginare realtà fittizie e mondi di pura bellezza.

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