Al loro primo incrocio in Europa, Legia Varsavia e Napoli arrivano in condizioni molto diverse: i polacchi hanno perso metà delle partite disputate dal 15 agosto scorso ad oggi (pareggiandone solo tre) e il loro ultimo successo contro un’italiana è datato 1991 (0-1 ai danni della Sampdoria), mentre i partenopei vantano sei risultati utili di fila – tra campionato e coppa – con 16 gol fatti e 5 subiti. Dati alla mano, risultato quasi annunciato.

La partita. Siglati entrambi nel secondo tempo, i due gol che stendono il Legia portano la firma di Mertens ed Higuain. Il belga finalizza di testa – non proprio la specialità della casa – un cross morbido di Callejon; mentre l’argentino vibra di destro un fendente imprendibile, dal limite dell’area, che si insacca nel sette. Mai davvero pericolosi dalle parti di Gabriel, un tiro di Trickovski (16’) ed una traversa su imprudente deviazione di Maggio (58’) sono gli unici sussulti dei padroni di casa, a cui poteva andare anche peggio se prima Pazdan non avesse salvato sulla linea di porta un tiro di D. Lopez (18’) e il portiere Kuciak non avesse disinnescato magistralmente le conclusioni a rete di Allan (74’ e 76’) e Gabbiadini (76’ e 88’).

Selezione naturale. Partito con un 4-3-1-2, con Callejon alle spalle di Gabbiadini e Mertens, l’imprinting genetico della squadra azzurra conduce ben presto gli uomini in campo a predisporsi nel più appagante 4-3-3. Lo impone l’andamento della partita: a ragione, con avversari compatti ed ordinati meglio allargare il gioco sugli esterni che ingolfare la manovra per vie centrali. Complici il risultato e la manifesta inferiorità dei polacchi, nessun azzurro è stato al di sotto della sufficienza e positiva è stata anche la risposta del gruppo al mini turnover imposto da Sarri in vista della sfida contro il Milan: la fisionomia della squadra, nonché l’identità di gioco non hanno infatti risentito degli innesti di Chiriches, Maggio, Valdifiori, D. Lopez e Gabbiadini. Orfani della lucidità di Hamsik e dei guizzi di Insigne, fa ben sperare il cambio di passo visto nella ripresa, dopo un primo tempo caratterizzato da un’accentuata lentezza nel giro palla. Finalmente bene Valdifiori, seppur ancora lontano dai fasti di Empoli.

Serenità e fiducia. Queste le due paroline magiche che accompagnano le gesta degli uomini di Sarri, allenatore capace di restituire equilibrio mentale e tattico alla squadra. Contro il Legia l’ennesima conferma. I partenopei, ben consapevoli della propria forza e dei punti deboli avversari, dopo un inizio poco incoraggiante non si sono riversati alla ricerca del gol a tutti costi, attendendo invece la situazione di gioco propizia che prima o poi sarebbe arrivata grazie alla qualità del gioco e dei singoli ad esso applicata. Un salto di qualità immenso, se si considera che con Benitez a mandare in frantumi la stagione passata furono proprio i nervi di cristallo degli attuali interpreti dello scacchiere azzurro.

Forza della natura. Gonzalo Higuain, 82 kg (forse qualcosa in più) distribuiti in 184 cm di pura potenza e classe, di mestiere prima punta – atipica – dalle  movenze sinuose ed inafferrabili. Atipica perché più che la classica prima punta, sfrontata e spigolosa, l’argentino si muove e danza sul pallone come un’ Étoile del balletto fa sul palco, dominando la propria fisicità in movimenti leggiadri e perfetti, ma al tempo stesso dotati di una forza inusitata, capace di incantare platee, annullare lo spazio-tempo e condurre nella dimensione del sublime. Ieri sera l’ennesima prodezza: dopo aver ricevuto una palla pregevole da El Kaddouri, ecco che dal vertice sinistro dell’area avversaria si accentra facendo collassare su di se tre dei quattro difensori polacchi; una serpentina “compassata” delle sue, dribbling secco e destro a giro d’interno che trafigge il povero Kuciak. D’un tratto, le venti ore che servono per coprire i 1350 km che distanziano Napoli da Varsavia si sono ridotte ad una frazione di secondo, il tempo infinitesimale della nascita di un’emozione destinata a durare per sempre.

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