Inc. – “Ragazzo triste” di Teresa Forte

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Ragazzo triste

di Teresa Forte

Tutto quel silenzio le dava fastidio. No, “fastidio” non era la parola adatta…”disagio”, ecco, quell’insistito silenzio, che regnava a tutte le ore nell’appartamento, la metteva a disagio. Era sempre stata abituata alla confusione, al vociare, al rumore di stoviglie almeno tre volte al giorno, al continuo aprirsi e chiudersi di porte, ai richiami da una stanza all’altra, agli scoppi di risa e di grida.

La sua era una famiglia numerosa e il caos era la normale dimensione del quotidiano. Da un mese, però, era andata a vivere da sola per lavoro, in un’altra città.

L’appartamento si trovava in una zona un po’ periferica (le sue finanze non le avevano permesso di puntare al centro) piuttosto anonima e decisamente molto tranquilla.

Accese la radio, dalla quale si diffusero le note di una vecchia canzone di Patty Pravo:

Ragazzo triste come me, ha haaa…

Prese a canticchiarla, mentre rassettava con poca convinzione.

Che  sogni sempre come me ha haaaa…

Afferrò la scopa appoggiata in un angolo della cucina, cominciò a spazzare il pavimento. Fuori pioveva da ore.

Ragazzo triste sono uguale a te…

Con un gesto improvviso strinse a sé la ramazza come fosse un partner di ballo; ondeggiò a destra, poi a sinistra, infine fece un giro su se stessa.

Ha haaaaaaa

La canzone era finita, ora trasmettevano un pezzo che non conosceva. Sbuffò e ripose la scopa.

All’improvviso un trillo acuto risuonò nell’appartamento: stavano suonando alla porta. Sussultò leggermente; non aspettava nessuno. Si passò una mano fra i capelli, si sistemò la maglia ed andò ad aprire.

-Buongiorno signora!- esordì un po’ timidamente il ragazzo allampanato sulla porta.

 (“Signora”, le faceva sempre un po’ strano sentirselo dire. In fondo aveva appena compiuto 25 anni.)

-Sono un rappresentante della ***. Ha già un aspirapolvere? Posso rubarle qualche minuto per parlarle dei nostri prodotti?-

Alzò gli occhi al cielo. “Che seccatura!”.

Guardò il suo interlocutore pronta a congedarlo con un secco “non sono interessata”, ma fu investita da un sorriso tanto speranzoso da rasentare la supplica.

-E va bene, ma solo qualche minuto.- si arrese.

-Non le toglierò molto tempo, signora!- si affrettò a dire il ragazzo in completo di circostanza, entrando in casa.

Lo guidò fino al salottino, dove si accomodarono sul divano. Il rappresentante cominciò a tirar fuori da un grande borsone verde una serie di depliant.

-Allora signora…-

-Niente “signora”-

-Cosa?- chiese confuso. La mano destra, che reggeva un foglietto illustrativo, raggelato a mezz’aria.

-Abbiamo la stessa età, credo. Non chiamarmi signora, Sara andrà bene.-

-Ehm ok, allora Sara, le dicevo…- continuò con leggero imbarazzo.

La ragazza scoppiò a ridere –E dammi del “tu”! Mi fai sentire vecchia!-

La sua risata sembrò rilassare il giovane rappresentante, come se in essa avesse trovato una dimensione più familiare e confortevole.

-Va bene, Sara, ti illustrerò i nostri prodotti.-

Il ragazzo cominciò la sua spiegazione, mostrando volantini, libretti d’istruzione, accessori per la pulizia sempre più strambi.

-E questo a cosa serve?-

-A pulire tappeti e materassi. Quest’altro, invece, è per raggiungere le superfici in lato o gli angoli più difficili. Te lo mostro!-

Il rappresentante prese a montare lo strano aggeggio al corpo principale dell’aspirapolvere, ma qualcosa sembrava non andare.

-Scusami, questo coso non vuole mai incastrarsi per bene.- spiegò imbarazzato, agitandosi e peggiorando le cose.

Sara rise.

-Non importa! Non importa! Non credo lo userei mai-

-Perdonami- si scusò mollando l’aspirapolvere e mettendosi di nuovo a sedere, sconfitto.

-Questa è la mia prima settimana di lavoro, non sono ancora molto pratico.- si guardò le mani con un sorriso storto, prima di rivolgersi di nuovo a lei – E sinceramente non credo faccia per me.-

Sara sentì un improvviso moto di tenerezza, che la stupì.

-E cosa fa per te?- chiese, poi si affrettò ad aggiungere – Scusami, non volevo essere indiscreta…-

-Non lo sei. Ho iniziato a lavorare come rappresentante per pagarmi un master; sperando abbia una qualche utilità- rise con poca allegria.

-Capisco…- fu il suo unico commento. Si era sentita all’improvviso molto stanca.

-Gradisci un caffè?- chiese cercando di ridestarsi.

-Sì, grazie.-

Sara andò in cucina, preparò la caffettiera, la mise sul fornello e poi tornò nel salottino.

-Sarà pronto fra qualche minuto.-

Il ragazzo annuì con un sorriso gentile.

-Allora Sara, il nostro aspirapolvere ti sta convincendo?-

– In tutta onestà? Non credo di aver bisogno di tutti quegli affari.- confessò un po’ in imbarazzo.

-Capisco… Beh allora non ti tolgo altro tempo.- le rivolse un sorriso rassegnato e – le sembrò- triste.  – È stato un piacere conoscerti!- disse alzandosi e preparandosi ad andare via.

Sara scattò in piedi- Aspetta!-

Il ragazzo si fermò, confuso.

Stupita dal suo stesso gesto, Sara perse qualche attimo prima di continuare a parlare. –Non hai ancora preso il caffè e poi, magari solo l’aspirapolvere, senza gli accessori…potresti farmi qualche dimostrazione?-

Il sorriso del ragazzo si schiuse d’un colpo. –Certo!-

 Il giovane rappresentante andò avanti per quasi un’ora poi, naturalmente, senza quasi potessero accorgersene, la conversazione si spostò dalle qualità dell’aspirapolvere alle loro famiglie, al lavoro, alle sere che non passano mai.

E così il tempo passava, senza che nessuno dei due lanciasse un solo sguardo all’orologio appeso alla parete, mentre le parole ed i sorrisi riempivano l’aria che- sembrò a Sara, intenta a seguire un racconto di lui ai tempi della scuola- sapeva, come mai era accaduto prima, di casa.

Il trillo di un cellulare richiamò il rappresentante alla realtà.

-Il mio capo…è tardissimo!-

Il ragazzo scattò in piedi, vagamente disorientato, seguito da Sara.

-Devo andare- comunicò quasi in un sussurro.

-Certo, hai ragione. Ti ho fatto perdere un sacco di tempo. Per l’aspirapolvere magari…-

Il ragazzo voltò di scatto lo sguardo verso la porta della stanza: aveva sentito qualcosa.

-È la radio, devo averla lasciata accesa.- spiegò Sara.

-Conosco questa canzone! “Ragazzo triste”! Mi è sempre piaciuta.-

Tanti son soli come me e te…

Prese a canticchiare, poi, rapito dalla musica, strinse a sé Sara; la fece ondeggiare a destra, poi a sinistra e infine fare un giro su se stessa.

Ha haaa

Si fermò, ridestato.

-Magari potrei tornare per un’altra dimostrazione- le disse, mentre ancora la teneva stretta. Il respiro sospeso.

-Magari, sì.-

La musica continuava.

Nessuno può star solo,
non deve stare solo quando si e’ giovani così
Dobbiamo stare insieme, amare tra di noi..

-Allora a presto, Sara.-

-A presto.-

Ha haaaaaa

 

(illustrazione di Alessandra Pelliccia)

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