Roberto Saviano è tornato a Napoli per presentare Bacio Feroce, l’ultima fatica letteraria, sequel di La Paranza dei bambini, che racconta l’ascesa al potere di Nicolas Fiorillo e dei suoi compagni, adolescenti con la pistola che diventano grandi.
L’ha fatto al Cinema Modernissimo di Napoli, in un blindatissimo evento organizzato da fanpage e laFeltrinelli, dal titolo provocatorio di Saviano non ci piace.
L’ultima volta qui, lo scorso anno al Nuovo Teatro Sanità, era andata bene, ma non benissimo.
Oltre al consueto bagno di folla, sul ponte del quartiere era comparso uno striscione che recitava “Saviano, Napoli ha bisogno di amore non di fango” .
Il solito rapporto in chiaroscuro.

Questa volta non ci sono striscioni, ma orde di ragazzi e meno giovani, in attesa di ascoltarlo.
Chi resta fuori, aspetta fino a tardi per entrare a stringergli la mano o farsi autografare una copia del libro rosso con la tigre in copertina.
L’incontro, presentato da Saverio Tommasi, è carico di interessanti spunti sui temi più scottanti dei nostri tempi;
Saviano è un fiume in piena, dallo ius soli, alle unioni civili, fino alla legalizzazione della cannabis (“Se l’erba fosse stata legale non ci sarebbero state le paranze dei bambini, che iniziano tutti spacciando erba. Guardiamo a cosa è successo in Uruguay dopo la legalizzazione, i cartelli della droga hanno lasciato il Paese”).
Il pubblico lo interroga, lo incalza, lo ascolta in religiosa contemplazione.
E lui, in questo terribile vuoto di rappresentanza politica, non ha paura di dire ciò che pensa;
ha un programma tutto suo in prima serata, dove racconta le vite dei boss, e l’espressione “Terra dei fuochi”, utilizzata come titolo dell’undicesimo capitolo di Gomorra per indicare il triangolo di terra tra Napoli e Caserta in cui per anni la camorra ha sversato rifiuti tossici, è ormai entrato nel vocabolario collettivo.
Scimmiotta i 5stelle e Salvini, è in costante ed aperto dissidio con chi gestisce questa città (“A cena con De Magistris e De Luca? Passo!”), ascolta Beethoven, ma ama il rap e posta Calcutta su facebook.
L’impressione è che i tempi siano maturi, e che, ad undici anni dal primo romanzo, Roberto Saviano si sia scrollato di dosso l’ingombrante peso di detrattore di Napoli, per vestire i panni di intellettuale contemporaneo e consacrarsi definitivamente ad icona pop 2.0.
Quello che non è cambiato è un velo di malinconia nello sguardo (“E’una condizione esistenziale, ci nasci”), la solitudine abissale che lo accompagna dai tempi in cui Gomorra era poco più che una creatura allo stato embrionale, come raccontano le mail pubblicate dal suo primo editore Edoardo Brugnatelli, i ricordi ancora vividi dei primi tempi sotto scorta (“Mi dissero che sarebbe durato poco, sono passati undici anni”).
Quello che non è cambiato è ciò che l’ha portato fino a qui, l’inesauribile volontà di cercare la luce nell’ombra.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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