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Non era passato nemmeno un anno dalla sua elezione a segretario del partito in cui militava da più di vent’anni quando Matteo Salvini, per la prima volta, prese parola sui rapporti con l’alleato storico forzista. “Al momento non andremmo alle elezioni insieme“, disse, con il piglio spavaldo che avremmo conosciuto nei mesi a venire. Di nuovo nel febbraio di quest’anno: nessuna alleanza con Forza Italia poteva dirsi in programma, per il segretario del Carroccio (poi alle regionali andò diversamente, con diversi collegi in cui i due simboli furono accostati con candidati comuni).

L’inversione di tendenza è di questi giorni: Salvini ha dichiarato, infatti, che Forza Italia e Lega sono, sì, fatte per stare insieme: ma le condizioni stavolta le detta il partito che fu di Bossi. Euroscetticismo, adesione ai valori tradizionali, stretta sugli immigrati: la ricetta dell’altro Matteo è ormai risaputa; la novità è che a condividerla ci sia anche Berlusconi con il suo pacchetto di dirigenti ed elettori forzisti pronti all’ennesimo c
ambio di rotta. 

I motivi di questo cambio sono abbastanza evidenti: se in una prima fase la Lega a trazione salviniana aveva la necessità chiara di una fase di posizionamento ed identificazione che permettesse di dimenticare i diamanti di Belsito e le ruberie del Trota Bossi, rendendosi indipendente anche dai sodali storici di Forza Italia e calcando la mano su ruspe, rom ed immigrati, adesso invece è iniziata la fase della Lega “di lotta”, sì, ma anche “di governo”. La piattaforma simil-lepeniana è ormai definita e Salvini ha dimostrato, in questi mesi, che a colpi di felpe ed interviste tv è riuscito a conquistare ampie fette di elettorato cui ormai Berlusconi non riesce più a giungere; i rapporti di forza sono cambiati e adesso è il Carroccio a poter dettare le condizioni, facendo affidamento anche sui guai giudiziari del patron del Milan.

Parte l’operazione – Palazzo Chigi, allora: e Salvini stesso dichiara di confidare in elezioni entro l’anno per riuscire nell’obiettivo grosso che Bossi nemmeno aveva mai pronunciato; per fare ciò ha bisogno del contributo forzista, ma stavolta può stabilire i tempi ed i modi dell’alleanza. Nemmeno può dirsi un caso la ricomparsa in tv, dopo mesi di silenzio, dell’ex ministro Giulio Tremonti (tradizionalmente a metà tra Lega e Berlusconi), che si è premurato di ricordare che l’autore materiale della legge Bossi-Fini sull’immigrazione (per gran parte ancora in vigore) fu proprio lui – probabilmente, una rivendicazione di paternità fatta in vista della prossima alleanza.

Le prossime elezioni, al momento, sembrano dunque profilarsi come sfida a tre, tra il PD renziano, il polo Salvini-Berlusconi ed il movimento grillino; un duello che può avere qualsiasi vincitore, tenuto conto del sistema con ballottaggio decretato dall’Italicum – su cui, qualcuno giura, Renzi si sarebbe già ricreduto e sarebbe pronto a fare un passo indietro. Un confronto molto più aperto e meno scontato di quel che si potesse pensare fino a qualche tempo fa, in cui manca (abbastanza evidentemente) una controparte: una forza chiaramente ed ampiamente di sinistra, capace di contrapporsi a queste diverse forme di populismo. Ma – Salvini permettendo – alle urne mancano ancora due anni e mezzo: un’era geologica, per questa politica in perenne movimento.

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