Primo Levi nacque a Torino nel 1919 da una famiglia borghese di origine ebraica. La sua passione non fu per niente la letteratura, infatti, si laureò in chimica e si dedicò alle materie scientifiche. Condusse una vita tranquilla, ma lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale stravolse ogni cosa. L’essere uscito vivo da quel massacro, che colpì il genere umano, gli provocò una tale sofferenza che cercò di ridimensionare il tutto attraverso la scrittura; a causa dei regimi dittatoriali la sua razza fu disprezzata, sottomessa e quasi rasa al suolo. Alla fine del conflitto, dopo aver visto bambini e donne morire atrocemente davanti ai suoi occhi, Levi tornò alla sua vita. Riprese a lavorare, ma decise di liberarsi da tutto l’orrore che le ideologie malsane gli avevano procurato: iniziò a scrivere per sopravvivere. Così nel 1947 uscì “Se questo è un uomo” e a distanza di diciassette anni egli pubblicò “La tregua”. Entrambi i libri, raccontano l’esperienza dei campi di concentramento, di coloro che sono sopravvissuti ad Auschwitz e che hanno fatto ritorno alle loro case privi di speranze. E infine, di uomini che, nonostante la Provvidenza li abbia risparmiati a diventare carne da macello, hanno vissuto per sempre col senso di colpa per non essere morti come tutti gli altri.
I libri di Primo Levi sono una testimonianza di quello che è accaduto, una sorta di documento che ogni anno siamo soliti ricordare attraverso “La giornata della Memoria”. In essi ritroviamo una visione autobiografica e al contempo critica, scrollata dai sentimentalismi. Levi guardò con occhi pieni e distaccati la sua realtà, la stessa realtà che cambiò per sempre la sua esistenza ordinaria.

Proprio per questo, oggi, per spiegare l’importanza della scrittura, Social ha deciso di parlarvi di un autore così significativo. Levi trovò nell’atto di scrivere una sorta di catarsi; egli non volle dimenticare nulla, condivise rabbia e dolore con il mondo intero, con la speranza che le successive generazioni non perdessero mai di vista le brutture delle camere a gas e lo sfruttamento che gli ebrei subirono.

Cari lettori, vi siete mai cimentati a scrivere qualcosa di estremamente profondo? Avete mai provato un senso di liberazione avvalendovi solo di una penna e di un foglio di carta? Riscontrate difficoltà nell’esporvi o i pensieri scivolano lisci come l’olio?

La scrittura è fondamentale, può cambiare il nostro umore. Si scrive per amore, per esaltare il sentimento di una patria in decadenza, per esprimere ideali politici o per continuare a respirare come ha fatto lo stesso Levi, informandoci passo passo della sua esperienza. Scrivere non è facile, è per i coraggiosi. Prima di impegnarci nella scrittura ci pensiamo più volte, ci chiediamo se sia giusto farlo o se probabilmente sia meglio rimanere nel nostro status attuale. Abbiamo paura di deludere e soprattutto deluderci; solo i “veri” scrittori rimuginano sulle loro scelte e quando sono sicuri di voler intraprendere questa nuova avventura abbandonano i futili cliché e si concentrano davvero. Bisogna essere realmente convinti che passare dall’essere “lettore” all’essere “scrittore” sia linfa vitale. Insomma, i “veri” scrittori sono sensibili: saturi della loro anima barcollante, non si accontentano più di ritrovare in un libro la loro vita raccontata da qualcun altro e, quindi, decidono di presentarla nuda e cruda in prima persona.

Attendiamo i vostri pareri e intanto vi auguriamo una buona lettura!

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