Ciro, Salvatore, Davide. Sono questi i nomi dei tre figli di Napoli che negli ultimi mesi hanno riacceso l’interesse dei media su Napoli e le sue piaghe ataviche. Questi nomi hanno un denominatore comune e palese: giovanissimi, hanno perso la vita in situazioni inaccettabili quanto detestabili e sono caduti per mano di presunte o accertate “fatalità” che, accompagnate da silenzi e reticenze, hanno fatto piombare il popolo napoletano nello scoramento più nero. Ma esse sono anche accomunate da un denominatore occulto: hanno palesato lo smarrimento e la disintegrazione di una parte della comunità napoletana, a cui nessuno sente di appartenere se non in seguito al dolore provocato dal dramma di una vita spezzata o rovinata per sempre. Tuttavia, in questi istanti di rinsavimento riemergono magicamente l’occasione di unirsi e di denunciare con forza i drammi di Napoli, le manchevolezze dalla politica e le inadempienze di uno Stato colpevolmente inadeguato; per certi aspetti si solidarizza con chi quel dramma lo ha subito in prima persona e chi, indirettamente, ne sopporta le sofferenze; ci si sforza di comprendere le dinamiche dei rapporti sociali e i valori che li fondano, salvo poi ripiombare nel solito apatico torpore. Ecco, tra tutti, il vero dramma di Napoli: una città che non è pienamente comunità; che pare essersi dimenticata (ad eccezione di qualche luogo comune) dei propri fattori di identificazione, di appartenenza, e di qualsiasi condiviso e preminente interesse sociale da conseguire a beneficio della collettività; un città in cui si baratta spesso il rispetto di basilari norme civiche in nome di spiccioli interessi personali, finendo per rendere a tratti impossibile la convivenza cittadina e altro ancora… Tuttavia, è il nichilismo con cui si accetta una simile condizione sociale ad inquietare, se possibile, ancor di più; tant’è che anche le problematiche della città non fanno più da collante ma anzi servono da giustificazione a coloro i quali nulla possono o nulla vogliono opporre alla decadenza di un’intera città. Ed è anche facile capire perché questo stato di cose faccia comodo. Esso conduce, infatti, ad una progressiva deresponsabilizzazione sui piccoli come sui più grandi problemi cittadini; porta a rivendicare una supremazia morale nei confronti di chi politicamente ha governato in maniera fallimentare i nostri territori; impone di abbandonare un approccio critico alle tematiche sociali, politiche, economiche, in nome di un immobilismo ontologico ed antropologico; consente di arrogarsi la prerogativa di declarare pre-giudizi da un pulpito scolpito nel marmo di candido, becero puritanesimo. Quello che non si è compreso, però, è che Napoli non reggerà a lungo lo stress inflitto da questo status quo. Ora Napoli è chiamata ad un riscatto a cui nessuno più sottrarsi: cittadini, politica, istituzioni, Stato, tutti devono riportarsi in prima linea per ridare speranza ad una città che rischia di soffocare sotto il fango in cui l’hanno impantanata. Ma non aspettiamoci che il primo passo venga compiuto dalle istituzioni o dalla politica locale e statale, che consentono che la città venga additata come causa delle inefficienze di tutto il sistema paese (quasi come se il problema, a Napoli, fosse di natura antropologica). Questo passo, immenso e difficilissimo, deve essere compiuto in primis da tutta la comunità napoletana che deve riscoprirsi tale, ritrovare e reinventare i propri valori sociali fondanti, restaurare quel rapporto di funzionalità con la città ormai smarrito da tempo. Per chi ancora non se ne fosse reso conto, Napoli rappresenta un’occasione irripetibile per l’Italia e l’Europa: risolvere i problemi di questa Napoli decadente, significherebbe trovare la chiave di volta a tutti i problemi che attualmente affliggono il nostro Paese e l’UE.

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